SI PUO’ FOTOGRAFARE L’ANIMA?

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Questa immagine fa parte della mia serie di ritratti intitolata “Anima dell’uomo“.
Per la scarsa originalità dell’argomento molti fotografi potrebbero inorridire, sopratutto quelli che sostengono che sia impossibile fotografare l’anima… altri sostengono addirittura che sia inutile…

a qualcuno ho sentito dire, durante un programma televisivo piuttosto famoso :
“Non sai un cazzo della tua di anima, come pretendi di fotografare quella di un’altro”.

Non per fare polemica ma spesso chi la pensa così fotografa “moda” anche se non è una regola fissa. Forse sarà l’abitudine a fotografare una persona come fosse un oggetto che fa credere che fotografare l’anima sia impossibile… ma questa è solo una mia supposizione.

Ho sentito anche ritrattisti famosi sostenere che questa storia dell’anima sia una stupidaggine, spesso legata alle superbe intenzioni di qualche inesperto fotoamatore.

Credo sia superfluo dire la mia dato che il mio lavoro parla per me, dal momento che ho creato una serie “Anima dell’uomo” significa che credo che si possa fotografare l’anima.

In realtà il percorso che ho fatto è tutt’altro che semplice e scontato, e, paradossalmente, spesso la penso come quel fotografo che ho citato prima ma… c’è sempre un “ma”:

Ciò che anima, che da vita, è in ogni cosa, anche in un bicchiere di plastica; non serve avere studiato fisica quantistica per sapere che nulla è inanimato intorno a noi, così come anche l’ultimo della classe conosce la legge fisica “Nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma”.

A proposito di quest’ultima frase, mi ha sempre fatto riflettere il fatto che quella che a mio parere sia la frase più mistica della storia dell’umanità la si trovi in un libro di fisica anziché nella Bibbia, ma chiudiamo subito questa parentesi e torniamo a noi.

Dal momento che tutto è animato verrebbe da sostenere il contrario, cioè che fotografare l’anima non solo è possibile ma che, paradossalmente, è impossibile non farlo dato che tutto ciò che ci circonda è “animato”… eppure c’è da riflettere…

Quando iniziai il mio lavoro sull’anima dell’uomo partii da un assunto, volevo che gli occhio fossero i veri protagonisti (w l’ulteriore originalità) ma non solo, volevo cogliere nelle persone quel momento in cui lo sguardo sembra “guardare dentro”.

Ricordo che ci sono state sessioni durate ore con lo stesso soggetto durante le quali non sono riuscito a trovare per nulla quello sguardo, a volte lo trovavo dopo tre scatti.
Non vi sorprenderà sapere che nei bambini l’ho trovato quasi sempre subito e più erano grandi più le cose si complicavano, negli uomini con una media fatica riuscivo, con le donne ho avuto le difficoltà maggiori, fa specie dirlo dal momento che sono quelle che si fotografano di più.

Non vi sorprenderà nemmeno sapere che durante il mio viaggio in Burkina, quando ho tentato lo stesso tipo di approccio nei ritratti, ogni scatto aveva quella profondità e questo prescindeva dal soggetto; che fosse più o meno grande, più o meno acculturato, un insegnante o un contadino, dopo pochi scatti avevo la foto.

Io non so se sono riuscito nel mio intento, fatto sta che il mio lavoro, a distanza di tempo, mi sembra ottimo e quando riguardo quei ritratti, sento qualcosa che mi porta negli abissi di quegli sguardi. Molte altre persone hanno sostenuto lo stesso.

Non voglio soffermarmi sulle foto riuscite, quelle parlano da sole e ognuno può guardarle e farsene un’idea andando sul mio sito (www.tonymiroballo.com), quello che a me piaceva osservare era quando e come ho trovato le immagini.

Quando fotografi un soggetto con questo intento non puoi non comprendere che tutti indossiamo una maschera, ma la cosa assurda sta nel fatto che qualcuno è proprio quella maschera e veramente non c’è nulla da fotografare li. Ci sono persone che davanti alla macchina fotografica hanno lo stesso impatto di un muro di mattoni.

Indubbiamente nel ritratto subentrano tanti fattori, prima di tutto il fotografo e il suo vissuto, ma spesso ho trovato foto stupende in persone con cui non esisteva alcun legame, spesso anche una lieve antipatia… eppure la foto parlava di profondità.

E le donne!? Non sorprende che in questo mondo siano le più mascherate ma la cosa assurda è che spesso la loro maschera compariva nella foto ma parlandoci sembravano naturalissime… Ne ho dedotto che il giudizio che una donna ha di se è più potente del giudizio universale.

L’altra cosa che ne ho dedotto è che sono delle attrici impressionanti, non so se più davanti alla fotocamera o più nella vita. Naturalmente non è sempre stato così, e comunque non c’è da meravigliarsi visto che le riviste di moda mostrano delle donne la cui espressività sembra quella di un cadavere truccato…e se mai ci fosse un solo accenno di espressione, una bella allisciata col fotoritocco e via, verso nuovi cadaveri.. (scherzo…)

Alla fine di questo lunga riflessione qual’è la mia conclusione?

Fotografare l’anima è possibile, certo, ammesso che chi hai di fronte abbia deciso di farla emergere, il fotografo può poco davanti ai muri, al massimo può fotografarne la forma…

Io credo che esista una profondità in ogni cosa e in ogni persona, solo che molti decidono di disegnarsi sulle due dimensioni e per diversi motivi scelgono una vita di superficie…

in quei soggetto non c’è nessuna anima da fotografare perché, se esiste ancora, è sommersa da migliaia di maschere… in altri l’anima c’è ed è ben visibile, come nello sguardo austero e profondo della bimba della foto.

Non posso portarvi le prove di avere fotografato l’anima, non ho nessuna immagine dell’aura delle persone  ma esistono delle foto che potete guardare, se dopo un minuto cominciate a perdervi dentro l’immagine, io quella cosa la chiamo Anima.

Ha ragione quel fotografo quando sostiene :
“Non sai un cazzo della tua anima, come pretendi di fotografare l’anima di un’altro”, solo che c’è un particolare, l’anima non ha a che fare col “sapere”, ma con la vita…
non serve conoscere per fotografare l’anima, così come non serve una laurea da dottore per vivere… serve immersione nelle nostre profondità che poi sono quelle nelle quali ci incontriamo veramente.

 

 

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