LA FOTOGRAFIA E IL DOLORE…

INS 175

Quando si fanno quelle statistiche sui soggetti più fotografati normalmente si trovano una serie di elementi che vanno per la maggiore: i tramonti, i girasoli, i fiori, i monumenti importanti e, con ogni probabilità, da qualche tempo a questa parte, gli autoscatti altrimenti detti “selfie”.

Probabilmente nella foto amatoriale i soggetti sono più o meno questi, ma uno dei soggetti preferiti dai fotografi professionisti è agli antipodi delle scelte dell’amatore, si tratta del dolore.

Nella storia della fotografia il dolore occupa un posto importante ed è stato fotografato in centinaia di modi, dal reportage di guerra ai reportage all’interno dei manicomi o di ghetti abbandonati delle città , a racconti di droga e prostituzione o situazioni lavorative ai limiti del vivibile.

Ma non solo nel reportage la fotografia ha indagato il dolore, ma anche in maniera interiore attraverso racconti fatti di immagini mosse, sguardi intensi, corpi nudi o dilaniati, urla e lacrime o attraverso paesaggi abbandonati.

La fotografia e il dolore hanno un legame molto forte e se si pensa a quanti fotografi rischiano la vita per riportare immagini dal fronte o quanti fotografi hanno finito per suicidarsi, ci si può rendere conto di quanto forte sia il legame tra fotografia, vita e dolore.

Una volta mi ricordo un aneddoto di un grande reporter italiano, Ivo Saglietti, che raccontava di come la macchina fotografica sia uno strumento incredibile che ti permette di guardare anche le situazioni più assurde senza subirne le immediate conseguenze nel momento dello scatto e di come poi certi immagini riaffiorino la sera nella mente con tutta la loro potenza e la loro realtà. Francesco Cito, altro reporter di guerra, sviene alla vista del sangue, ma se fotografa la guerra e la morte non ha il minimo mancamento.

Io credo che la fotografia sia una sorta di esorcismo ed è per questo che il dolore è così tanto fotografato.

Chi immortala il dolore cerca in qualche modo di guardarlo attraverso l’aiuto di un mezzo asettico come la reflex che non si fa domande ma restituisce semplicemente ciò che è stato inquadrato.

Una volta Ferdinando Scianna racconta di come durante un suo viaggio, camminando, si ritrova davanti un uomo che si accascia a terra di fronte a lui allora chiede al suo accompagnatore indigeno del luogo che cosa abbia quella persona; quello gli risponde con grande semplicità che quel tizio aveva semplicemente fame. Allora Scianna si avvicina, prima lo fotografa e poi lo aiuta ad alzarsi e lo porta a mangiare.

Questo racconto è emblematico della psicologia del fotografo e delle sue priorità, sono le stesse priorità che fanno stare il fotografo di guerra in mezzo agli spari come se si trattasse di un coraggioso generale.

La verità è che la macchina fotografica è uno schermo e che il fotografo sa benissimo che non sta fotografando la realtà, la sua immedesimazione con questa consapevolezza del “non reale” immortalato dalla macchina è così forte che a volte rischia di morire o gli fa saltare quelle che sono le normali priorità della vita. Prima la foto poi il resto.

Il fotografo ha bisogno della fotografia, ha bisogno di quel rettangolo di mondo, ha bisogno di questo immenso collage che mentre dà l’illusione di raccontare qualcosa, una volta composto risulta invece essere solo l’impressione che noi abbiamo del mondo.

Impressioniamo sensori e pellicole per poter vedere come vede il nostro inconscio.

Il dolore è l’elemento più reale con cui l’uomo entra in contatto, col dolore non esistono recite o sconti, se la sofferenza è reale non c’è spazio per l’ipocrisia.

Forse è per questo che dolore e fotografia sono così legati perché nella ricerca della verità, se non si è disposti a passare per il dolore, presto ci si accorge che non si sta ricercando nulla.

Reale e Vero sono due concetti che potrebbero confondersi ma in fotografia non è possibile farlo, il reale è in continua mutazione e nessuna immagine è in grado di riportarlo a noi, il vero è continuamente davanti a noi se quando guardiamo lo facciamo con l’intento di comprendere allora possiamo immortalarlo.

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