OLTRE IL FOTOGRAMMA…

INS 143

Un fotogramma è un rettangolo, e un rettangolo è una forma geometrica artificiale .

La vera forma utilizzata dall’Universo per esprimersi è la sfera, la tondità e quindi mi piace pensare all’angolo retto come a un’invenzione umana.

Il rettangolo della fotografia è una farsa, così come lo è una scena teatrale , un film al cinema , lo schermo di un telefonino o di un tablet.

Ci sono stati tentativi di foto racchiuse in una sfera o in un’ovale e non hanno avuto un gran successo se non nei ritratti di persone trapassate da apporre sulla lapide.

Perché l’uso del  rettangolo (o il quadrato in certi casi) in fotografia?

Perché i quattro angoli retti per racchiudere un’immagine?

 

Credo che la sfera, per come funziona la nostra psiche, non sarebbe mai interpretata dal nostro cervello come qualcosa di finito;

se noi vedessimo una foto in una sfera probabilmente faremmo molta più fatica a concentrare l’attenzione.

Invece il fotogramma rettangolare ci ricorda una stanza, una casa, forse una scatola o un contenitore, forse una prigione o una lavagna, qualcosa che racchiude qualcos’altro.

C’è qualcosa di rassicurante negli angoli retti, una sorta di finitezza che molti cercano, magari ignorando il fatto che l’essere umano è per sua costruzione in continuo divenire.

Immagino il fotogramma come un luogo di riposo, un posto dove stare a guardare una realtà apparentemente finita…

il fotografo ha fatto il lavoro sporco, ha tracciato questa stanza immaginaria, ci ha messo dentro un contenuto e adesso io, protetto da quattro angoli retti, posso esprimere me stesso rispetto a questa porzione di mondo.

Posso emozionarmi, rimanere indifferente, innamorarmi o odiare, rimanere stupito o scioccato e poi posso passare oltre con un semplice dito, che si tratti di girare una pagina o trascinare un touch.

Eppure la fotografia non vive nel centro del fotogramma ma vive nei suoi confini, in tutto ciò che non dice, nelle domande che apre…

Vive in uno sguardo che va oltre, in un’albero tagliato, in un edificio percepito in un movimento accennato.

Chi legge fotografia come legge l’etichetta del latte cerca nell’immagine un soggetto, se non lo riconosce chiede a qualcuno cosa sia e passa oltre, se lo riconosce lo nomina e passa oltre…

Chi sente il confine dell’immagine allora la sta veramente percependo…

Tutto ciò che accade nell’immagine sta al suo esterno:

Quello che vediamo nel fotogramma è il luogo in cui crediamo di stare,

quello che percepiamo del fotogramma è l’infinito luogo dove siamo realmente.

La mistica della fotografia è nel suo aprire a domande che non hanno bisogno di risposte…

La fotografia cade e si poggia lentamente sulle leggi universali del divenire…

è come una piccola finestra che apre in ogni posto possibile…

 

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