IL FOTOGRAFO È UN KILLER

INS 265

Mi rendo conto che certe parole sarebbe meglio non utilizzarle proprio per la loro molteplice singificanza.

Questo vale anche per le parole che crediamo di conoscere e che pensiamo di utilizzare tutti allo stesso modo e con lo stesso significato.

Certe parole sono come la fotografia, ognuno gli dà il suo senso a prescindere dal senso originario.

La parola “morte” ha a che fare con qualcosa che si consuma e che arriva al massimo logoramento che però, in natura, non ha un’accezione negativa ma trasformativa.

Quando qualcosa muore finisce di essere in uno stato di equilibrio per cercarne un’altro.

In questo senso ogni fotografia è una morte.

Ogni volta che il fotografo scatta, muore quella realtà in divenire per essere immortalata in un’altro contesto e in un’altro tempo.

Noi fotografi siamo dei killer del divenire… uccidiamo l’azione per trasformarla.

Naturalmente la scienza ci insegna che nulla è mai fermo ma in continuo divenire:

Per dirla con una frase di un vecchio film “L’AMORE È COME LA LUNA, O CRESCE O CALA”.

In questo senso tutti i fotografi fanno morire delle realtà:

Alcuni le trascendono

altri le discendono… 🙂

Annunci

IL FOTOGRAFO È UN GIOCATORE D’AZZARDO

INS 260

Pensare alla luce è qualcosa che può dare i brividi.

Già l’idea che non tutti gli esseri viventi percepiscano il mondo allo stesso modo fa riflettere, ma oramai la scienza stessa ci ha dato risposte che spesso superano di gran lunga la nostra reale capacità di comprensione.

Lo spettro elettromagnetico è lungo km, almeno quello che noi siamo in grado di catalogare di tale spettro.
La parte visibile dello spettro, ovvero tutte quelle onde elettromagnetiche che il nostro occhio può percepire come “luce visibile”, è uno spazio che va da 400 a 700 nanometri ( un nanometro è un miliardesimo di metro)…

In pratica tutto quello che percepiamo per visibile all’interno dell’Universo è un granello di polvere su un granello di polvere e tutta la nostra vita, le nostre aspirazioni, la nostra esistenza, si basa su questo infinitesimo numero che corrisponde a una serie di eventi che a un certo punto si sono messi d’accordo affinché noi potessimo sperimentare quella che chiamiamo “vita sulla terra”.

Un’idea di come stanno realmente le cose la possiamo avere quando è buio e ci ritroviamo su una montagna senza luci elettriche e senza luna visibile ad illuminare. A un certo punto si comincia a guardare il cielo e si scopre che la quasi totalità di quello che ci circonda corrisponde al buio.

Poi vediamo quei pallini luminosi che chiamiamo stelle e sappiamo che stiamo guardando un qualcosa che viaggia nell’universo da millenni per potere arrivare a noi sotto forma di punto di luce.

Una volta fatto questo ragionamento proviamo a pensare alla fotografia che gioca con la luce ma ancora di più gioca col tempo.

La fotografia crede id catturare una microporzione di mondo visibile che è una micromicromicromicro…porzione di qualcosa di talmente immenso che difficilmente possiamo concepire.

La verità è che nonostante noi giochiamo al realismo, non siamo altro che una scommessa che si regge su una serie di fattori talmente tanto precisi che una vittoria al superenalotto sembra un fatto quotidiano.

Eppure l’uomo da questa porzione di mondo riesce a tirare fuori un senso.

A volte il suo senso è distruttivo,  a volte è costruttivo, ma pur sempre di senso si parla.

E noi fotografi siamo i gli scommettitori più folli:

Siamo in grado di scommettere che un duecentocinquantesimo di secondo su un sensore 24×36 (cm..circa) possa descrivere una verità,  o comunque un qualcosa che abbia la dignità di essere guardato e interpretato.

Il fotografo, malgrado l’ego e il carattere di qualcuno, è sempre un sognatore, uno che crede nel miracolo perché sa che il mondo si fonda sul miracolo.

Nessun giocatore d’azzardo, nemmeno quello che ha scommesso tutta la sua esistenza sul rosso o il nero, potrà mai essere così folle quanto un fotografo:

IL FOTOGRAFO SCOMMETTE CHE UNA PULCE DI UN GRANELLO DI POLVERE SU UN GRANELLO DI POLVERE POSSA RIEMPIRCI IL CUORE…

IL FOTOGRAFO SCOMMETTE CHE IN OGNI MICROPARTICELLA DI VUOTO C’È VITA E LO FA CERCANDO NEL VUOTO CHE GIOCA A SEMBRARE PIENO.

IL FOTOGRAFO È UN NARCISISTA-GUARDONE E SCOMMETTITORE CHE BASA TUTTA LA SUA VITA SUL FATTO CHE CIÒ CHE IMMORTALA SARÀ VERO PROPRIO PERCHÈ È FALSO.

Ecco perché quando un fotografo smette di sognare il tempo continua a essere quell’illusione che ci tiene nel sonno.

LA FOTOGRAFIA È SEMPRE UN’INCONTRO…

INS 243

Il fotografo incontra sempre qualcuno o qualcosa, anche quando l’altro non sa che l’incontro c’è stato.

A volte sono incontri consapevoli, come quando si ritrae una persona che che si mette in posa davanti all’obiettivo,

a volte sono incontri inconsapevoli, come quando si ruba un ritratto a qualcuno per strada,

a volte si fotografa una fuga, quando chi si accorge di essere sotto mira dell’obiettivo si nasconde,

altre volte si incontra una porzione di un mondo più ampio, come un particolare.

A volte si cerca di incontrare un paesaggio naturale,

i più audaci provano a incontrare il cielo e il mare…

Fatto sta che, qualsiasi cosa accada tra il momento dello scatto e la nascita dell’immagine, a me piace chiamarlo incontro.

Una volta Thorimbert, parlando di un ritratto che fece a Moravia, disse che quella foto parlava della loro mancanza di comunicazione…

 

La fotografia sembra vivere sul nostro mondo ma in realtà quello che vediamo è la sua manifestazione, non la sua essenza…

Per percepire l’essenza di una vera fotografia potrebbe non bastare una vita.

È come se noi rubassimo un’istante da un un’Universo parallelo dove tempo spazio e velocità non hanno nulla a che fare col nostro mondo fisico.

Faccio un esempio:

Quando a qualcuno accade di avere contatti con entità che non fanno parte del nostro mondo fisico (questo a prescindere da cosa credete vero o falso), spesso si sente dire che la nostra mente cerca di rapportare quel messaggio a qualcosa di comprensibile per noi, qualcosa che nella nostra dimensione sia “leggibile”.

Oppure come nel sogno, dove non esiste la vista ma vediamo, non esiste il corpo ma ci muoviamo, e dove le identità delle persone a volte sono solo la manifestazione inconscia di un sentire.

La fotografia è la stessa cosa…

Gli incontri fotografici avvengono in un mondo parallelo fatto di unità di misura diverse dalle nostre…

La fotografia è il modo col quale noi codifichiamo qualcosa che sta in un altro luogo sottile molto più vicino agli abissi che abbiamo dentro che alla materialità che percepiamo fuori.

La fotografia può essere magia, esorcismo, connessione, incomunicabilità,banalità,bellezza oppure più cose insieme

e quello che trasmette è il residuo sensitivo di questo messaggio trascendente.

in ogni caso si tratta di un’incontro…

I GRANDI FOTOGRAFI AMANO LA LUCE…

INS 233

A volte mi ritrovo ad entrare in un bar piuttosto che in un’altro  non tanto per il caffè che comunque è importante, ma per la luce che c’è.

Amo quei posti dove tutto è illuminato e il bianco predomina, dove le ombre sono leggere e tutto è leggibile dall’occhio, anche dal mio oramai distrutto dal computer.

Quando un’ambiente è illuminato è come se avesse tutte le frequenze possibili.
Anche la respirazione cambia dove c’è luce.

Ho sempre amato la luce naturale, anche nelle mie fotografie, e ho sempre parlato male della luce artificiale ed elettrica fino al mio viaggio in Africa.

Ricordo che stavo vicino all’equatore in Agosto e la giornata era cortissima.

Alle 6.30 già cominciava a farsi buio e in un paesino come quello dove mi trovavo io l’illuminazione elettrica era praticamente assente…

stranamente era presente solo in Chiesa (cattolica anche li) che come al solito fa valere ovunque i suoi 2000 anni e più di vita su questa terra.

Ricordo la frustrazione di mangiare al buio o a una luce appena fioca,

ricordo che camminavo rischiando continuamente di scontrarmi con gli abitanti del luogo che, in quanto neri, erano difficilmente visibili nel buio totale,

meno male che a volte mi aiutavano i loro abiti colorati che rimandavano qualche timido bagliore di luce ancora presente nell’atmosfera.

Dal mio ritorno dall’Africa ho apprezzato anche la luce artificiale e ho cominciato ad usare il flash con più costanza,

quasi come se mi sentissi un peccatore nel non utilizzare certi sistemi che in altri luoghi del mondo sono praticamente assenti.

 

Ho pensato ai paesi del nord Europa ai loro cieli grigi e alle loro notti infinite,

alla loro pelle bianca che li fa somigliare ad alieni e alla loro scarsa vitalità. Per non parlare dei suicidi che avvengono dove il Sole è assente per molto tempo.

Ne ho concluso che siamo fatti di luce e non solo di carne e ossa.

Anche se questa mia deduzione la mistica prima e la scienza poi l’hanno resa nota centinaia di anni prima di me, la consapevolezza di questo fatto resta una cosa personale che va al di la della semplice nozione.

Quando ti muovi nella luce e ti lasci cullare allora comincia a vedere:

Cominci a percepire la leggerezza di un raggio di sole delle mattine invernali che carezza con infinita dolcezza la terra,

comincia a recepire la forza del Sole d’estate che annerisce le ombre di una finestra del centro…

e allora cominci a capire che la luce è la vera maestra di vita perché accoglie tutti, anche quelli nell’ombra…

La fotografia è mistica della luce, non la luminosità di un’obiettivo…

se non si capisce questo, amici miei, non si fotograferà mai…

 

Se non conosci la dolcezza della luce, un nudo femminile non sarà fatto di curve divine ma di sciatta pornografia,

un paesaggio non sarà armonia di colori e forme ma sarà una volgare riproduzione di quello che abbiamo creduto di vedere,

un volto non sarò un’anima ma una maschera di carnevale…

 

I grandi fotografi non fotografano grandi cose ma semplicemente amano la luce…

e amando la luce la fanno amare a chi guarda le loro fotografie.

LA MOSTRA DI STEVE MC CURRY

att_328346

Foto di Steve Mc Curry

 

Dal testo trovato su internet:

Cuore de “I Borghi di Francesco” è la doppia mostra fotografica allestita sotto gli archi del Palazzo Papale. Un percorso per immagini che da un lato vede l’esposizione delle immagini realizzate qualche anno fa tra i santuari della Valle Santa reatina da Steve McCurry e acquistate dal Comune di Rieti; dall’altro la lettura dei borghi che nasce dall’obbiettivo di chi la Valle Santa la vive quotidianamente.
«Nell’epoca dei selfie – ha spiegato il vescovo Domenico – la rassegna fotografica potrebbe sembrare fuori dal tempo. In realtà McCurry ci dà la possibilità di riscoprire cosa sia la fotografia e attraverso di essa l’anima di questo nostro territorio, che forse il nostro sguardo abituato rischia di perdere». Da questo punto di vista l’occhio del fotografo può rappresentare un aiuto a intercettare «l’anima, e dunque la vocazione, di Rieti», al di là delle mode del momento. Un qualcosa che si trova nella sua «vocazione naturalistica, culturale e spirituale».

Devo essere sincero, durante la visita che ieri ho fatto alla mostra non mi sono reso conto che le immagini non fossero solo di Steve Mc Curry ma che l’allestimento prevedesse anche immagini di chi “la Valle Santa la vive quotidianamente”.

Adesso, pur volendo ammettere che la mia capacità di lettura fotografica non possa essere quella di un photo-editor professionista, sono rimasto stupito del fatto che io non mi sia accorto del doppio linguaggio e dei diversi autori in mostra.

Certo ci sono delle immagini più valide e alcune meno valide, alcune di una banalità imbarazzante e altre meglio costruite ma non posso dire che io sia uscito dalla mostra col cuore in subbuglio per l’emozione provata.

Non metto in dubbio che l’intento di Steve Mc Curry fosse documentaristico e quindi, proprio per la tipologia di fotografia di questo genere, l’emozione la prova solo chi vive nel luogo e lo vede raffigurato, certo è che io credo che i luoghi attraversati da San Francesco avessero bisogno di uno sguardo più profondo e forse più universale.

Dalla mostra sono uscito con una serie di interrogativi legati agli autori blasonati e alla fotografia come linguaggio.

Se facciamo il tipico parallelo con la scrittura, forse il mio pensiero può esprimersi meglio.

Ogni autore in quanto scrittore sceglie un genere, spesso ha anche un modo di scrittura e spesso decide anche per una tipologia di stesura dei suoi lavori:
può scegliere la poesia, il romanzo, il saggio,il documento, in base a quello che deve descrivere

Adesso possiamo ben comprendere che un libro sbagliato di Umberto Eco venderà lo stesso e un capolavoro di Pinco Pallino potrebbe non trovare una casa editrice per mille motivi che non hanno nulla a che fare con la reale validità dell’opera, ma il sentire è qualcosa che accomuna tutti gli uomini, siano essi blasonati o meno.

Credo che a parità di capacità tecnica quello che fa la differenza tra la scrittura di un’autore e un’altra sia il “sentire”.
Dal mio punto di vista, ammettendo che Steve Mc Curry sia un grande fotografo, credo che l’unica motivazione di un lavoro così poco potente nasca dal fatto che non fosse realmente suo, che non lo sentisse.

Certo, i soldi che il Comune di Rieti ha sborsato vanno giustificati,

certo il fatto che le foto siano di Steve Mc Curry anziché di Mario Rossi fotoamatore indigeno del luogo richiamerà molta più gente,

certo che la figura di San Francesco non subirà nessun contraccolpo verso l’alto o verso il basso dopo questa mostra,

ma è anche certo che un lavoro fotografico del genere non è stato in grado nemmeno di scalfire la superficie di un’argomento poderoso come quello del cammino di uno dei Personaggi Religiosi più importanti al mondo.

La fotografia è fatta di forma e contenuto e se non c’è la forma il contenuto non può esprimersi al meglio,

ma la forma senza contenuto è come un vaso trasparente vuoto che anche se è nato per contenere qualcosa non fa che rimandare ciò che egli stesso riflette in maniera distorta peggiorando la visione della realtà.

In conclusione credo che la fotografia abbia bisogno dei grandi autori ma sono i lettori che ne decidono il destino e quindi la mia riflessione è questa:

Che si tratti di cittadini o Vescovi, l’analfabetismo fotografico è un grande problema sopratutto nel tempo dei selfie.

L’Italia è piena di fotografi al pari se non superiori a Steve Mc Curry che, in quanto culturalmente vicini a San Francesco, avrebbero saputo rendere con più vigore tale figura e con ogni probabilità sarebbero costati qualche spicciolo in meno.

Ma troppo spesso chi non sa leggere un libro cita Dante e chi non sa leggere una fotografia cita Steve Mc Curry, senza nulla togliere a nessuno dei due.

Rivalutiamo i fotografi Italiani…

Nessun Americano si sarebbe sognato di comprare una storia americana fotografata da Mario Giacomelli, e noi invece compriamo all’estero anche la pizza…