LA FOTOGRAFIA È PER L’ALTRO…

INS 412

Certamente potremmo estendere questo discorso un po a tutti gli aspetti dell’umanità  ma trattando io di fotografia è nell’ambito della fotografia che ne parlerò.

La fotografia non è un atto autoreferenziale, mai!

Anche quando la fotografia è artistica, anche quando parliamo del nostro rapporto più intimo col nostro io più recondito e nascosto.

Nel momento in cui immortaliamo qualcosa con una macchina fotografica e la facciamo diventare una fotografia allora quell’immagine è per gli altri.

Lo so che potrebbe sembrare scontato ma non lo è affatto.

Non di rado mi capita di ascoltare delle persone che dicono.

“Ma io fotografo per me, me ne frego di quello che pensano gli altri”.

Mentre la seconda affermazione non sta a me giudicarla la prima mi sento di contestarla.

Se tu fotografi lo fai per gli altri.

Certo che la fotografia nasce da un bisogno personale e dalla voglia di osservare il mondo attraverso un mirino,

certo che ogni fotografo vuole vivere quella magnifica sensazione di avere colto qualcosa di bello e di unico con un click,

ma questo non esclude il fatto che le foto vengano fatte perché gli altri le possano vedere.

Ma l’aspetto interessante non è solo nel fatto che le foto nascano per mostrarsi a qualcuno diverso dall’autore del click,

la foto nasce per diventare degli altri, per fare in modo che ogni persona ne abbia la sua parte

viaggiando all’interno di un panorama, fantasticando su un vestito di moda o immergendosi in un cielo mistico.

Molte volte i fotografi vogliono essere troppo protagonisti delle loro immagini,

un po come accade nella foto di stock dove il messaggio deve essere chiaro, nitido e illuminato.

Ma quella non è fotografia, quella è semplicemente un’immagine che si finge foto,

un qualcosa che viaggia già col cartellino del prezzo, il titolo e significato univoco.

Naturalmente questa cosa non vale solo per le foto pubblicitarie.

Tanti autori, sopratutto quelli definiti “artisti” (alcuni, solo alcuni naturalmente) fanno la foto con la chiusa finale…

Sembrano dire all’osservatore:

Tu sta li, guarda e impara, sono io che decido il senso di questa foto e tu zitto!

Naturalmente non dicono questo ma la loro immagine lo fa intendere.

In quelle foto non c’è nulla che va fuori dal fotogramma, non viene lasciato nulla all’altro.

Poi ci sono quelle foto senza una minima connessione tra foto e titolo,

tipo un cielo bianco intitolato:

“infiniti incantesimi dell’oblio”

e in quelle immagini il sottotitolo dovrebbe essere:

Non ho nulla da dire e allora, come il caro Don Abbondio e il suo “latinorum” ,

condisco di un titolo fintamente altisonante un’immagine priva di anima.

Queste si che sono immagini che uno fa per se, un  po come la masturbazione che inizia e finisce nell’autore stesso che crea l’opera e ne gode tutto in uno.

Io credo che la vera fotografia non debba descrivere qualcosa di oggettivamente vero, ma qualcosa di soggettivamente magico,

affinché ognuno trovi nell’immagine parte del suo mondo, reale o sognato che sia.

La fotografia è l’atto più intimo che uno possa fare per l’altro…

chiunque esso sia

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