L’UOMO, L’INTRUSO DEL PAESAGGIO…

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Il paesaggio, in fotografia, o almeno quello che viene definito come tale nel senso di “genere fotografico di paesaggio”, è molto più complesso dell’idea comune che si ha dello stesso.

Certo che se si parla di paesaggio c’è incluso anche il paesaggio naturale  ma dagli anni 80 in poi, con l’avvento di una certa fotografia americana, il paesaggio è diventato qualcos’altro.

Non più il paesaggio naturalistico mozzafiato ma il paesaggio semplice, non più l’orizzonte ma un muro scrostato, non più la vita ma l’assenza dell’uomo, non più gli alberi ma gli edifici.

Questo substrato culturale di idea di paesaggio io l’ho assorbito in me ancora prima di conoscerlo e ancora prima di immergermi nella storia di una certa fotografia, questo a riprova (valida almeno per me) del fatto che una certa fotografia non è una questione di “copiare” i grandi ma è una questione di aria…

uno spiritualista la chiamerebbe energia.

Da quando fotografo per me il paesaggio è assenza di uomini o animali, al più esistono nelle mie immagini elementi solitari, minuscole silhouette o un gabbiano in volo, ma mai più di questo.

Spesso mi muovo la mattina prestissimo e quando le persone cominciano ad arrivare nel luogo in cui sto fotografando  per me è ora di andare via.

 

Esattamente l’opposto di un di un fotografo di street che cerca la gente.

Al contrario di Massimo Vitali, il fotografo delle spiagge affollate, che ha fatto della presenza umana un paesaggio (geniale in questo), io ho sempre visto l’uomo come intruso della Natura.

Un mare invernale è perfetto, isolato, l’uomo non c’entra e non ci deve entrare, non ne fa parte.

Anche nel paesaggio urbano per me è lo stesso…

Una piazza vuota per quanto architettonicamente bella o brutta, è perfetta se vuota e silenziosa, senza presenza umana.

La presenza umana per me è un segno su un muro, un manifesto strappato, una lattina in terra, un segno di gomma sull’asfalto, il residuo di plastica lasciato dal mare sulla riva.

L’uomo è più presente con la sua assenza.

Quando l’uomo è presente lo spazio diventa caotico, la sua energia incontrollata lo rende elemento di disturbo dell’armonia.

Più uomini sono insieme e maggiore è il disturbo.

Invece un suo segno è li, fisso, immobile e silenzioso, e parla del passaggio di qualcuno che si trova in un mondo che non gli appartiene e che crede suo.

L’uomo è un passaggio di energia incontrollata  e il silenzio di una spiaggia vuota ne rimanda l’eco…

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LA FOTOGRAFIA CHE NON SAPPIAMO VEDERE…

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Molti pensano alla fisica come a una materia fredda ma mai come in questo momento storico la fisica si avvicina alla poesia.

Pensiamo alla nostra capacità di vedere che si sviluppa, rispetto a uno spetto elettromagnetico di km, in uno spazio compreso tra 400 e 700 nanometri.

Sarebbe come a dire che in un cielo profondamente buio, come quello di una notte senza Luna, noi fossimo in grado di concentrare il nostro mondo in un puntino luminoso grande come un granello di polvere.

Fotografia è una parola enorme, per certi aspetti arrogante e presuntuosa.

Come si fa a dire che noi scriviamo con la luce se la nostra minuscola vita è luce?

Sarebbe assurdo anche pensare che siamo scritti da qualcosa di più grande dal momento che per l’immensamente grande la nostra luce è poco più di un granello di sabbia luminoso.

La verità è che noi siamo parte di una fotografia in movimento detto vita e ogni scatto che facciamo, come in un ologramma, non è altro che una porzione del tutto che ci appare formalmente diverso ma che appartiene allo stesso mondo di luce.

Quando scatto cercando l’armonia delle forme, seguendo le regole della composizione, è come se componessi un minuscolo suono che l’occhio percepisce come “musicale”… ma nulla è disarmonico perché esiste una proporzione intangibile tra ciò che possiamo vedere e ciò che ci vede.

Se fossimo connessi veramente ogni fotografia sarebbe armonica, non esisterebbe nulla di stonato… ciò che ci appare stonato è solo un suono che non possiamo udire.

Il caos di una immagine disarmonica e solo la porzione di una fotografia più grande che non sappiamo vedere.

PERCEPIRE…

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La nostra capacità di vedere, che è poi la prerogativa della fotografia in quanto arte, è qualcosa che aggiunge alla nostra anima molto più del nostro spirito di osservazione.

Vedere e ascoltare sono due cose inscindibili e la fotografia è maestra di questo.

Quando una foto viene scattata solo con gli occhi il più delle volte non dice nulla perché l’atto di fotografare è un atto totalizzante.

Non puoi vedere se non sai ascoltare perché la fotografia che scattiamo dovrà parlare anche dell’odore dell’aria di quel momento, dovrà descriverne il dinamismo o la fissità, il rumore o il silenzio e dovrà trasportare nel fotogramma l’istante del sentire che ci ha fatto fare click.

Poco conta se gli altri lo vedranno, ma il fatto che noi siamo stati li in presenza sarà fondamentale.

Ascoltare è il primo atto del fotografare.

Quando mi capita di fotografare un luogo, vado nello stesso posto più volte e a orari diversi, ho bisogno di stare li e di camminare guardandomi intorno, di prendere il sole e la pioggia di quel luogo. Solo dopo essere entrato in contatto con l’energia che circonda quel luogo allora cominci a fotografare. Se non accade questo scatterai foto senza dimensione.

L’ascolto è una predisposizione verso ciò che dobbiamo accogliere dentro di noi, che si tratti di osservare il mare o di ascoltare una persona parlare.

Se l’ascolto è sano saremo in grado di distinguerlo dal vampirismo di certe persone e di certi luoghi che vogliono solo prendere da noi.

L’ascolto è un’energia che si crea e non è mai unilaterale.

Come noi ascoltando ci arricchiamo, allo stesso modo fotografando ci fotografiamo dando contemporaneamente qualcosa all’altro.

A volte parlando con persone mi sono sentito invaso, come se la persona non cercasse dei comunicarmi qualcosa ma solo di vomitarmi addosso il suo dire.

In alcuni luoghi accade lo stesso, e se noi fotografiamo con l’idea di prendere, così come fanno i turisti che si mettono davanti alla fontana in posa per farci sapere che sono stati li, non faremo mai fotografia.

La fotografia è parte di noi e se non ci mettiamo in gioco non tornerà nulla. Dobbiamo dare per ricevere in un divenire energetico.

Se vuoi solo prendere non si accenderà nessuna energia, se vuoi solo dare perderai solo energia.

La consapevolezza della fotografia è nell’atto di aprirsi a qualcosa di più grande di noi che sembra contenerci ma che in realtà conteniamo, in un paradosso mistico che ci rende umani limitati in un corpo e illimitati nelle possibilità di percepire.

IL DIVENIRE DELL’IMMAGINE…

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Viviamo un periodo di confusione, su questo credo che siamo tutti d’accordo.

Non so se i periodi storici prima di questo fossero più coerenti rispetto al nostro, non posso saperlo, e i racconti che se ne fanno non possono che essere  per loro stessa definizione  parziali.

Certo è che la confusione del nostro tempo e la sua contraddizione a volte prende una forma difficilmente comprensibile, a volte anche spaventosa.

La cosa che più mi affascina del nostro periodo storico è la capacità di miscelare le cose: il nuovo e il vecchio, le regole e le innovazioni, il sociale e l’individuale , l’arte e il commercio, l’amore e il business.

Sembra un periodo in cui tutto è possibile.

Ma forse semplicemente perché è veramente tutto possibile … sempre.

Le mie giornate non sono mai uguali, nell’arco di una settimana sono felice, triste, possibilista, catastrofico, energetico e spossato. A volte questi cambiamenti repentini riguardano lo stesso giorno.

Viviamo in un mondo pronto ad offrirti qualsiasi possibilità immediata e a togliertela con la stessa rapidità, a volte quello che ci viene dato e tolto non è nemmeno reale, accade semplicemente nelle nostre teste e ci influenza comunque.

Essere autore di qualcosa al giorno d’oggi è complicato perché è diventato complicato sentire, eppure mai come adesso i nostri valori, quelli veri, avranno una valenza fondamentale.

Oggi chiunque può essere fotografo di qualsiasi cosa e quindi sarà ancora più importante essere fotografi di se stessi perché se la fotografia deve dire la verità è necessario che ogni fotografo sia in grado di dirla a se stesso.

Nessuno fotografo è mai stato in grado di raccontare una guerra o un avvenimento, nessun fotografo a mai saputo ritrarre qualcuno o rubargli l’anima, nessun fotografo ha mai catturato la bellezza di un paesaggio o di una atmosfera, nessun fotografo ha mai fatto arte o raccontato una storia, a meno che non sia stato in grado di raccontare se stesso nel momento in cui scattava.

Oggi non è possibile sapere dove si è, risulta indispensabile provare a vedere chi si è.

Se stai fotografando qualcuno o qualcosa abbi la coscienza di sapere che quella cosa cambia mentre la stai scattando e che quello che puoi cogliere è in divenire…
La tua immagine immortalata è solo l’immagine latente di un paradosso tra ciò che hai visto, ciò che si è impresso, ciò che vedranno gli altri e la loro continua mutazione.