2019 ODISSEA NELLA FOTOGRAFIA

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LA FOTOGRAFIA CHE NON MI PIACE, È QUELLA CHE DOVREI OSSERVARE MEGLIO

Ci siamo mai chiesti quale sia la parte di noi che giudica una fotografia? Siamo veramente certi che il nostro giudizio fotografico ci permetta di vedere? Riflessioni sul tema.

COS’È LA DISTANZA IN FOTOGRAFIA…

La distanza è un tema fondamentale della fotografia ma anche nella vita. Non la distanza intesa come qualcosa di lontano, quanto piuttosto come intesa come “giusta distanza”… ammesso che esista una giusta distanza. Di certo la vita per come la conosciamo, vive della giusta distanza tra sole e Terra, altrimenti non esisteremmo in questo corpo e in questo modo.

LA FOTO CHE GUARDA

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Foto di André Kertész:
Quando lo sguardo guarda una fotografia che guarda, cosa accade?
Il rinascimento ci ha spesso mostrato, nei suoi ritratti pittorici, questo sguardo del soggetto ritratto, fisso sul pittore, come se ci fosse una relazione diretta tra osservatore e soggetto del dipinto. In questa famosissima immagine di Kertész nulla ci dice che qualcuno stia guardando qualcosa, non ci sono occhi se non i nostri. Gli occhi che guardano nel buco del muro sono pura invenzione e lo sarebbero anche se i due soggetti stessero veramente guardando attraverso un buco, questo perché, nel momento in cui noi guardiamo la foto e non i veri soggetti, la foto non può mostrare altro che due persone di spalle, il resto è immaginazione. Notate come l’illusione ottica della prospettiva in questa immagine giochi due ruoli, quello della tridimensionalità dei soggetti, e quello dell’idea di qualcosa oltre il presunto buco che i due soggetti presuntamente osservano.
Improvvisamente guardando la foto guardiamo il buio.
L’ identificazione con la foto come oggetto ci fa dare per scontato che abbiamo davanti un uomo e una donna che guardano da un foro, ma in realtà nulla di tutto questo è mostrato, semmai è dedotto: eppure noi guardiamo come se fosse esattamente così, siamo certi che sia così. L’unica conferma ce la può dare Kertész, ammesso che voglia raccontarci la verità.
Questa è una delle manifestazioni del divenire della fotografia.

Se cercate deliri nella fotografia non servono effetti speciali, basta guardare veramente…
Certa fotografia ad “effetti speciali” la potremmo paragonare ai fuochi artificiali. Ci serve sempre una scusa artificiale per guardare il cielo, quando poi, l’artificio stesso che guardiamo, finisce per frapporsi tra noi e il cielo. Del rapporto tra noi e il cielo, resta solo il nostro sguardo all’insù; inebetito come lo sguardo che non vede.
La semplicità è un lungo percorso di senso che termina nel divenire simbolico del senso stesso.

FOTOGRAFARE I PENSIERI…

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Mimmo Jodice dice di fotografare i suoi pensieri.
Io credo che la sua fotografia vada ben oltre i suoi pensieri. Se c’è un limite alla sua fotografia è proprio in questa idea che a volte lo inchioda in un’idea.
Ma la fotografia non può essere un pensiero, non può essere un’idea, seppur nasca da entrambi questi elementi. Ogni madre che pone nel figlio le sue aspettative trasforma il figlio in uno strumento utile e lo uccide almeno in parte.
In questa statua gli occhi sembrano fissarci con intensità decisamente maggiore di quella di molti sguardi umani.
Dov’è la luce in questi occhi? Da dove viene? Cosa anima gli occhi di una statua fotografata? Cosa rende viva la rappresentazione mostrata attraverso un’altra rappresentazione?
Nello specchio della fotografia c’è sempre un’altro specchio. Il divenire sembra placarsi quando diamo un nome alla sensazione, quando lo identifichiamo con qualcosa di noi. Ma se l’identificazione si fa fluida, allora la forma non si ferma e diventa energia cinetica del sentimento che nella sua massima espressione non cerca nessuna risposta, gode del suo essere disperatamente libero.