EUGENE SMITH E L’INCOSCIENZA DI SE…

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Eugene Smith è un esempio lampante di come ci fosse un abisso tra quello che la sua fotografia aveva colto, e quello che la sua mente aveva colto. Nel tentativo di raccontare Pittsburg, impazzi decisamente. Non riuscì a ridurre il suo lavoro a meno di duemila scatti, infatti non fu mai possibile pubblicarlo. Smith era si un ossessivo eppure la sua fotografia non era ossessiva. Molte sue immagini sono dei tagli che bucano la struttura mondo. Lui ha fotografato il punto dove la barca di Truman si infrange nel cielo finto che appare dipinto, e che va al di la del muro (riferimento al film “the Truman show”). Smith non riusciva a selezionare le sue foto per una pubblicazione perché vedeva l’inconciliabilità tra i confini di un giornale o di una mostra, e lo sconfinato mondo che la sua fotografia vedeva. Molta grande fotografia è arrivata a noi non per coscienza dei fotografi, ma per autocoscienza della fotografia di se stessa. In questa immagine sia gli occhi della suora che l’orecchio del passante in fuori fuoco, ascoltano un dio. La sorella forse crede di esserne consapevole, il passante ascolta distrattamente… eppure dio è in questi simboli ma li travalica…lo sguardo della suora sembra strapparle i vestiti di dosso, tramutando il suo status in uno sguardo troppo umano direbbe Nietzsche. Mentre quell’orecchio ascolta distrattamente…come fa di solo l’umanità. Che roba ragazzi! Pensare che lo hanno chiamato fotogiornalista… come dire a Dante che era bravo a fare la lista della spesa…. D’altra parte Dante ce lo raccontano come uno consapevole di se, Smith no.

LA DERIVA FOTOGRAFICA

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FOTOGRAFIA DI JAMES NACHTWEY:

Cosi come proviamo piacere immediato davanti a foto esteticamente appaganti, allo stesso modo proviamo un senso di repulsione o di dolore davanti a foto che sono esteticamente repellenti.
Appagamento e repulsione vivono nello stesso spazio e sono entrambi figli dell’emozione che per sua natura arriva a prescindere da noi. Sospendere il giudizio e osservare la fotografia come forma, è qualcosa che ci aiuta a entrare nell’oggetto con un giudizio diverso: non con il giudizio dettato dal pregiudizio estetico e morale, ma con la nostra forma nella forma della foto. Ecco perché questa immagine è una fotografia, perché non ha niente a che vedere con l’atto di violenza subito da questo viso, ma allo stesso tempo ha tutto a che vedere con l’atto di violenza subito da questo viso. Impariamo a distinguere il nostro dispiacere dal giudizio morale: dovendo giudicare l’oggetto della foto con razionalità, noi possiamo dire solo che non ne sappiamo nulla;  ma se la forma di quei segni si sovrappone alla nostra, allora avremo una percezione di verità. Al di la di questo il nostro sguardo sarà un mero riflesso che ci collocherà esattamente li dove il sistema vuole che ci collochiamo, nella deriva ipocrita moralistica. Ecco il pericolo della fotografia sociale, quella di confondere lo sguardo imposto con non nostro vedere…
il vedere sarà nostro solo nella forma… qui di sostanza non ce n’é …

MAN RAY È VOLGARE (Almeno secondo facebook)

Bloccato per la quarta volta su facebook per i loro standard quantomeno discutibili…

BEATE LE ULTIME DEL CONTEST FOTOGRAFICO (seconda parte)