COSA NON FOTOGRAFARE?

_MG_7850Leggevo un articolo, credo ironico, di Settimio Benedusi su cosa non fotografare.

In pratica è una specie di elenco sugli stereotipi in fotografia, almeno quelli che lui ritiene tali.

Questa è la lista che lui fa:

-città riflessa nelle pozzanghere

-luoghi abbandonati

-gattini

-tramonti (albe sì, tramonti no)

-bambini neri

-maschere veneziane

-mare, fiumi e cascate con acqua effetto mosso setoso

-vecchietti che camminano da dietro in bianco e nero

-tipe a letto alla pecorina con le mutande abbassate

-sè stessi allo specchio con la macchina fotografica in mano

-mendicanti

-qualsiasi palazzo fotografato con il grandangolare e le linee cadenti storte

-gabbiani

-Venezia

-musicisti che suonano e cantano in concerto

-vecchi sdentati del terzo mondo che ridono. ma anche che non ridono.

-manichini nudi

-artisti di strada

-filari di alberi

-girasoli

-cuccioli di qualsiasi tipo e razza

-tipa che finge di avere un orgasmo (fingono sempre)

-tipa con tanti tatuaggi

-tipa con tanti tatuaggi che finge di avere un orgasmo figuriamoci

-tipa vicino a una finestra

-tipa con tanti tatuaggi che finge di avere un orgasmo fotografata vicino a una finestra ciao proprio

-tipa con i tacchi a spillo a letto

-tipa con le lentiggini siamo lì per aver rotto il cazzo pure lei

-sposi con il grandangolare dal basso

-cibo

-ballerini

-macro fotografia di qualsiasi cosa

Ben conscio del fatto che questa sia una provocazione, e ben conscio del fatto che spesso esista un’idea ciclostilata di fotografia, credo che sia un modo di approcciare all’idea di immagine quantomeno semplificata ( e questo Benedusi lo sa benissimo).

Partiamo col dire che una fotografia singola può certo passare alla storia ma difficilmente nasce e muore da sola, nel senso che un fotografo tende a fare un discorso fatto di immagini e quindi spesso le foto che diventano famose sono parte di un reportage lungo, piuttosto che di un lavoro concettuale o altro.

Questo per dire che chi approccia alla fotografia scattando a tutto quello che ritiene bello e che, il più delle volte appaga il suo ego, sta attraversando una fase importante della sua storia di fotografo, quello di provare a capire chi è, ma certo ancora non utilizza la fotografia per quello che è, un linguaggio.

In questo senso va bene scattare a tutto, w i tramonti e i riflessi, tutto fa gioco in quella fase.

Va bene pure sentirsi un grande fotografo in modo di arrivare a quel fatidico giorno in cui la mortificazione del rendersi conto di non aver capito nulla della fotografia farà da crocevia nella propria”carriera”.

C’è chi lascerà la reflex in un cassetto preferendo vivere il sogno illusorio dei suoi passati “successi” di pubblico, e chi prenderà la lezione come la miglior cosa mai accadutagli, continuando a fotografare e a migliorarsi.

L’Articolo di Benedusi, per quanto divertente, a mio parere è fuorviante per chi comincia, ma anche per chi fotografa da anni, perché trascura l’argomento principe, cioè che la fotografia è un linguaggio che serva per comunicare.

Se uno scrittore per comunicare qualcosa deve usare spesso la parola “amore” e lo farà in funzione del discorso che sta facendo, non si preoccuperà del fatto che la parola “amore” è inflazionata, ma la userà per uno scopo.

Diverso è scrivere una poesia che dice “Sole cuore amore” allora forse c’è qualcosa da rivedere, sempre ammesso che chi sta imparando a scrivere proverà una forte eccitazione il giorno che riuscirà a scrivere “Sole cuore amore” per intero.

Non serve originalità nell’interpretare Venezia, e non serve la distruzione dello stereotipo, serve “AVERE QUALCOSA DA COMUNICARE”

Se io voglio fare un ode al Sole scatterò 1000 tramonti e sarà una poesia al Sole, ma non farò del Sole un singolo tramonto…

 

 

LA FOTOGRAFIA, ARTE O PASSIONE?

IMG_3622Ogni volta che nella vita si tenta la strada delle proprie passioni si cade nel conflitto di interesse tra il nostro cuore, o almeno quello che crediamo sia il nostro cuore, e il mondo esterno che per garantirti “la pagnotta” vuole il suo tornaconto.

O forse questo è solo un modo di vedere la cosa… forse.

Cosa significa fare quello che ami in fondo?

Non c’è un grande sforzo nel fare quello che ami, semmai lo sforzo sta nel rapportare la propria strada unica a una strada già costruita, il nostro percorso e il nostro scopo a uno scopo già esistente, tutto questo per avere l’approvazione dell’altro.

Una frase di Vasco di tanti anni fa diceva “Comunicare è facile, facile come pensare”.

Io non credo che esista alcuna comunicazione reale se non nasce da ciò che abbiamo comunicato a noi stessi. In fondo l’artista non è altro che uno che comunica la sua vita attraverso uno strumento, non è una persona speciale dotata di un particolare talento, è solo uno che si segue o che cerca di farlo.

Le cose esistono fuori perché sono nate nel cuore di qualcuno che amandole le ha rese reali, non è vero il contrario invece, nulla esiste che non sia passato per l’amore.

Vivere la propria vita è l’unica nostra possibilità, il resto è una morte che gioca alla vita…

Non fotografo perché ho talento, fotografo perché ne ho bisogno, perché mentre scatto fuori immortalo quello che dentro di me non vedo nemmeno io…

La cosa bella è che è un’immenso gioco dove difficilmente si perde e se sai sorriderne diventa anche divertente…

In fondo non puoi perdere, o vivi o muori…

AUTORITRATTO AFRICANO…(Burkina 22-8-2016)

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Questo è una specie di autoritratto Africano dove la mia ombra sdoppiata dalla lunga esposizione descrive la mia presenza in un paesaggio tipicamente Africano. Qui i colori sono diversi, non è un luogo comune, anche quando il sole picchia forte c’è sempre una certa leggerezza nei toni delle cose che ci circondano, il mondo si satura di colori forti senza mai perdere di fascino, cosa che accade in Italia dove il sole di mezzogiorno è assolutamente antifotografico.

Eccomi in questo doppio autoritratto dove ci sono le mie due personalità di questo periodo, quella Africana e quello Europea… Sono due ombre perché non potrò mai essere un Africano ma non mi sono nemmeno mai sentito molto Europeo..

IL GRANDE PUGILE….

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Chissà perché nel riscatto si disegna la leggenda… come il famoso pugile scomparso che combatteva sul ring e tutti si trovavano a combattere con lui…

Due uomini che si picchiano fino a sfinirsi,che si insultano e si odiano,che vedono nell’altro la loro guerra o forse vedono se stessi.

Forse i pugili si picchiano per avere una scusa per abbracciarsi alla fine… forse credono che il coraggio significhi rischiare la vita invece che viverla?

Io non vedo alcun mito nella violenza e non vedo nessun riscatto nel pugno che abbatte la paura…la paura è solo il filo sottile che lega la consapevolezza della vita alla consapevolezza della fine,se tale consapevolezza è immatura diventa violenza,se è matura diventa amore.

E si, forse i pugili si picchiano per avere una scusa per abbracciarsi…

PERCHE’ IL BIANCONERO?

Durante la mostra “Anima dell’uomo” la domanda più frequente è stata sul perché del bianconero.In molti casi era una semplice domanda dettata dalla curiosità,in altri si trattava di una specie di astinenza da colore che alcune persone hanno….La risposta lunga l’ho data a tutti,quella breve mi è venuta solo dopo qualche giorno ed è la seguente:
CHI FOTOGRAFA IN BIANCONERO LO FA PERCHE’ IL COLORE LO HA DENTRO….
CHI GUARDA UNA FOTO IN BIANCONERO E CERCA IL COLORE NON HA CAPITO CHE IL COLORE DEVE METTERLO LUI…