Quale modo migliore di festeggiare la festa delle donne con la foto più famosa di Dorothea Lange… Una donna che fotografa una donna…
Archivio dell'autore: tonymiro
VERA FOTOGRAFIA…

“Vera Fotografia” è il titolo di una mostra del grande maestro Gianni Berengo Gardin che, come molti altri fotografi rinomati, probabilmente, guardando una fotografia come quella che ho scelto come copertina dell’articolo, la riterrebbe finta,inutile e anche poco originale.
Finta perché postprodotta troppo, inutile perché non racconta nulla e banale perché scattata da altri milioni di fotografi prima di me.
Sapete, se frequenterete gli ambienti della fotografia per un po’, man mano che entreranno nel vostro campo visivo sempre più generi fotografici e che comincerete a conoscere il parere di tanti diversi fotografi, vi renderete sempre più conto di quanto col termine “fotografia” non si dica mai la stessa cosa.
“Fotografia” ha lo stesso significato di “Amore”, ovvero una parola che è facilmente incline alla multi-interpretazione.
Vi accorgerete poi che ogni fotografo ha una sua filosofia di vita e vedrete che nelle sue immagini vede determinate cose che sono poi il suo modo di vedere il mondo.
La fotografia intimistica, e in particolare quella di paesaggio, viene molto spesso vista come fotografia di serie “B” per diversi motivi.
Il primo è che sembra non raccontare nulla se non la sua estetica, il secondo è che a livello professionale non porta mai introiti e il terzo ma non ultimo è che è spesso troppo autoreferenziale; cioè l’autore sembra occuparsi più di se anziché del mondo che lo circonda.
Un altro discorso riguarda il periodo storico e il luogo nel quale certe fotografie prendono vita e il modo in cui sono viste. Molte fotografie divenute famose non hanno il merito di essere migliori di altre, hanno spesso il merito di essere state in sintonia e in accordo con la sensibilità del tempo oltre alla fortuna di essere state pubblicate da importanti riviste e naturalmente a quella di essere state delle ottime immagini.
Il nostro è un periodo caotico e di grande confusione, la nostra cultura sembra correre veloce ma senza una reale direzione e questi periodi, se da una parte sono fecondi di idee, dall’altra sono fecondi di caos.
C’è un grande caos anche rispetto al mondo interiore di ognuno di noi che, nell’epoca del mercato globale, sembra non trovare posto.
Osservate come la spiritualità non sia nient’altro che un mercato che banalizza ogni visione interiore che, se da una parte ha una sua dignità storica, contestualizzato in un mondo materiale, diventa quanto di più sciocco e banale ci sia.
La fotografia paesaggistica e intimistica ha lo stesso problema… sembra una fotografia banale perché non c’è un racconto e , un mondo che non ha nemmeno tempo di mangiare all’ora di pranzo, non può avere certo il tempo di osservare una foto che parla di un mondo intimo o naturale.
Personalmente credo che ognuno di noi vive momenti diversi nella propria vita che per un fotografo significa fotografare cose diverse.
Credo che la fotografia nasca comunque da dentro, anche se si racconta la guerra, la cronaca o la vita in generale…
La fotografia di paesaggio può essere quanto di più banale possa produrre un fotografo ma può anche essere esattamente il contrario. Tutto dipende dal bisogno e da cosa si vuole comunicare:
Se quello che si vuole comunicare è perfezione tecnica, estetica e prendere dei facili like, forse bisognerebbe un’attimo rivedere il motivo per cui si fotografa e magari fare una riflessione sul senso di quello che si fa.
Ma se si approccia al paesaggio con una voglia di comunicare uno stato interiore, una sensazione e anche una storia, allora non esiste genere più affascinante… Il paesaggio, in particolare quello naturale, non parla della storia di un’uomo, ma della storia dell’umanità.
Io vedo in ogni increspatura del mare un mondo e una storia, in ogni disegno dell’onda una poesia e in ogni alito di vento un senso. Ma ci vedo anche guerra, contraddizione, e paura…
Non si può credere che il mare possa essere banale, può essere banale solo il messaggio di chi lo interpreta.
Ogni immagine dirà sempre cose diverse a seconda di chi la guarda e se avremo un grande pregiudizio vedremo sempre meno nei messaggi delle fotografie.
Paradossalmente chi ha più pregiudizio non è il fotoamatore che vuole crescere ma il fotografo che si crede già cresciuto e che ritiene sia banale un paesaggio solo perché ne ha visti tanti probabilmente senza osservarne nemmeno uno…
FOTOGRAFIA E CONOSCENZA…

Questa meravigliosa fotografia è di Francesca Woodman, grande fotografa morta prematuramente all’eta di 22 anni.
Ho voluto mettere questa immagine potente di questa grande artista perché per me è un simbolo.
L’autrice si rappresenta nuda (come in molte su immagini) come parte delle radici di un’albero… L’immagine è ambigua perché la donna sembra a metà tra essere parte ed essere incastrata da queste radici, come se fosse trattenuta da qualcosa che però gli da linfa. Anche l’acqua nella quale è immersa ne copre in parte il corpo.
Questa immagine mi piace immaginarla come rappresentazione della fotografia .
La fotografia è parte di noi, ma il suo albero ha una storia antica e nelle sue radici ci sono gli occhi di tutti i fotografi che hanno amato quest’arte.
Non si può essere fotografi senza sentirsi parte di quest’albero, senza sentirsi nutrito e allo stesso tempo inibito da chi è venuto prima di noi facendoci da maestro e da guida, facendoci vedere il mondo coi suoi occhi, influenzandoci e insegnandoci una strada che solo col tempo diventerà davvero nostra.
Immaginate quest’albero come una gigantesca immagine fatta dalle foto di ogni fotografo, la fotografia della fotografia.
Non si può far parte di questo mondo senza scegliere, nel tempo, di conoscerlo a fondo.
Certo, ognuno può decidere di sfiorarne l’essenza o di utilizzare la fotografia come meglio crede, ma se decide di farne parte veramente dovrà avere la voglia e il piacere di conoscere chi prima di lui ha sperimentato quest’arte.
Senza una conoscenza dei grandi maestri passati e moderni, e senza aver visto migliaia di immagini di autori diversi, la nostra fotografia sarà sempre una casa senza fondamenta, destinata a crollare al primo alito di vento.
FOTOGRAFARE E’ UN MODO DI VEDERE…

Così come l’autore di romanzi si ritrova davanti a quello che si definisce “il foglio bianco” ( metafora che descrive la temporanea mancanza di ispirazione nella sua arte) allo stesso modo il fotografo può vivere una sensazione simile?
Riconosco che un tempo mi accadeva o almeno credevo mi accadesse, poi ho capito che il processo creativo non ha nulla a che fare col momento di creatività ma è più che altro un modo di vivere.
Un fotografo è fotografo sempre, anche se in realtà dovrebbe evitare di sentirsi tale ma, come gli effetti collaterali di una scelta di vita, anche il fotografo non può amare profondamente la sua arte senza esserne in qualche modo squilibrato.
All’inizio questo squilibrio da le vertigini, poi si passa alla frustrazione, poi arriva qualche soddisfazione, fin quando quello squilibrio diventa parte del nostro essere e allora ciò che prima sembrava una nota aggiuntiva alla nostra vita, diventa il nostro modo di suonare.
Un fotografo ( e credo che si possa allargare questo discorso ad ogni forma d’arte) non vede mai il “foglio bianco” perché lui fotografa in continuazione e non necessariamente deve avere una macchina fotografica con se.
A volte un’idea creativa si sviluppa in una mezza giornata ma chissà quante foto ha scattato la nostra mente prima di giungere a quel momento in cui tutto ha combaciato e abbiamo preso la macchina cominciando a fotografare.
Nonostante questa prerogativa della fotografia, però, bisogna sempre stare attenti, non tanto al nostro amore per la passione che coltiviamo, ma alla coltivazione stessa.
Il vero nemico della creatività non è la “pagina bianca” ma quella sottile pigrizia che spegne gli entusiasmi, quella infima sorella minore della depressione che ci fa desistere dal fare anche quando sentiamo che sarebbe giunto il momento, quando sappiamo che domani ci sarà la luce giusta ma troviamo una scusa per non uscire.
Si può attivare creatività seduti su una sedia e alla fissità della nostra posizione del corpo si contrappone un viaggio incredibile che facciamo coi sensi e la mente, e si può e si deve essere creativi mettendo in atto ciò che abbiamo immaginato.
Nessuna delle due cose deve mancare, se una delle due manca non stiamo attraversando un momento di non creatività ma stiamo semplicemente dando spazio alla velenosa pigrizia.
Un fotografo guarda in modo diverso perché estrapola porzioni di qualcosa che spesso non percepisce bene nemmeno lui.
La fotografia, se è vera, è come un continuo esperimento chimico nel quale si aggiunge sempre quella sostanza nuova che rende il risultato non del tutto controllato.
C’è un momento per fare quello colpo e un momento per tenerlo nella sacca, quale momento è secondo te adesso? (Cit. dal film “La leggenda di Bagger Vans”)
UN NUOVO “CORSO” COMINCIA…

C’è sempre qualcosa di magico in un inizio, che si tratti dell’alzarsi la mattina per affrontare una nuova giornata, o di un nuovo impegno lavorativo o sociale, oppure, come nel mio caso, quando comincia un nuovo “corso di fotografia”.
Iniziare un corso ha sempre quel sapore speciale del mettersi in gioco.
Chi sta imparando mette in gioco le sue capacità di esplorare qualcosa di nuovo, mentre chi tenta di insegnare mette in gioco le sue capacità di rinnovarsi e approfondire un mondo che non ha mai fine.
Come nelle dottrine orientali dove il maestro non rappresenta altro che un qualcuno che ci mostra chi potremmo essere nel potenziale, così in qualsiasi ambito dove si insegna qualcosa ognuno deve essere in grado di aprire le sue facoltà al mondo.
Si sa bene quale sia la funzione del maestro rispetto all’allievo, ma poco si parla di ciò che l’allievo rappresenta per il maestro e cioè la possibilità di tornare a “non sapere” per ripercorrere una strada che si crede familiare ma che spesso ci sorprende mostrandosi sempre nuova nella sue infinite possibilità.
Imparare qualcosa significa amare quel qualcosa, insegnare qualcosa significa imparare ad amare se stessi.
La fotografia in questo è maestra di vita perché ci permette di parlare di quello che vediamo o di quello che crediamo di vedere, ci fa fare i conti con la nostra presunzione e con le nostre insicurezze, ci costringe a mostrare e a mostrarci, ci permette di dire senza voce.
Ogni volta che qualcosa nasce c’è chi impara e chi insegna, e non di rado chi impara e chi insegna sono la stessa persona… i ruoli sono una scusa per mettersi in gioco, così come la fotografia è una scusa per scoprire chi siamo in ogni istante.