PERCHÈ IMPARARE A FOTOGRAFARE?

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Perché imparare a fotografare?

Al giorno d’oggi tutti credono di saper fotografare, e in effetti hanno ragione, tutti sono in grado attraverso mezzi di vario genere, di catturare la luce e farne un’immagine.
Allora che senso può avere imparare qualcosa che già si conosce?

In effetti se il problema fosse fotografare nessuno dovrebbe preoccuparsi di impararlo, a meno che non abbia problemi che gli impediscono di cliccare su un touch screen, ma chi sceglie di imparare forse cerca qualcosa di diverso dal creare una semplice fotografia, forse vuole diventare padrone di quella tecnica che gli permetterà di controllare alcuni parametri e far si che le proprie foto siano esattamente come voleva che fossero, con la giusta focale, la giusta profondità di campo, il giusto fuoco e i colori brillanti.

Non starò qui a rompervi con la storia della comunicazione e del linguaggio, anche se in effetti ha senso anche quello, infatti la fotografia è una forma di linguaggio e quindi dovrebbe servire ad esprimere dei concetti più o meno complessi , questo sarebbe un ottimo motivo per imparare…

Altri vorranno imparare per diventare professionisti e fare della loro passione il loro lavoro, oppure per diventare artisti e comunicare profondi messaggi attraverso l’uso dell’immagine fotografica.

In effetti quando ho iniziato a fotografare io non mi ero posto nessuna di queste domande, anche perché al tempo non era così ovvio fare una fotografia, esistevano le macchine a pellicola che non garantivano assolutamente il risultato finale… la verità è che la risposta a quella domanda mi è venuta nel tempo.

Difficilmente uno può sapere a priori perché inizia a fotografare perché la risposta è nella fotografia stessa, saranno le nostre immagini a dirci il motivo della loro vita.

L’unica cosa che si può sapere prima è se i nostri occhi guardano da fotografo…

Se siamo spesso in disparte e osserviamo ciò che nessuno osserva, se mentre tutti guardano il palco di un concerto noi ci giriamo a osservare la folla o siamo attratti dai piedi che si muovono all’unisono, se durante un tramonto guardiamo lo scoglio che si colora e non il sole, se quando guardiamo una vetrina siamo attratti da una strana geometria e non dal capo esposto, se in un oggetto gettato a terra vediamo poesia… allora forse siamo fotografi…

Chi decide di imparare a fotografare in effetti già fotografa da tempo, solo che ciò che vede non rimane in nessun archivio, utilizza gli occhi e non la reflex.

Il consiglio che posso darvi, per quello che può servire, è che fotografare è un bisogno:
Certo, è un bisogno di comunicare, ma prima di tutto è un bisogno di esprimersi…

il fotografo è spesso un urlatore silente che cerca in quel rettangolo un verità infinita che mai gli apparterrà.
Il fotografo ritaglia porzioni di verità per conto di Dio ma questo non fa di lui un dio ma piuttosto un tramite per buona parte inconsapevole…

Fotografare:

RINCHIUDERE UN’IMMAGINE IN UN CONFINE PER RENDERLA LIBERA….

 

 

 

E ALLORA FOTOGRAFO…

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Viviamo in un mondo chiuso e spaventato.
Un mondo che corre senza meta col solo scopo di fuggire da se stesso.

Mi immagino una scena di bambino quando con mia sorella ci inseguivamo attorno a un tavolo rotondo, solo che allora lo facevamo ridendo.

Oggi ognuno di noi fa la stessa cosa con se stesso ma la corsa non è altro che una fuga , e non si ride.

Ho vissuto tanti anni della mia vita estraneo a me stesso, come rinchiuso in una bolla della quale anche oggi fatico a comprenderne i confini, poi piano piano ho cominciato a guardare e a capire, ascoltando la mia fioca voce parlare.

È sempre stato molto faticoso esistere, anche se la new age ci dice il contrario sostenendo che la vita non ha bisogno di noi, il fatto è che noi abbiamo bisogno della vita che troppo spesso ci sfugge.

Ho provato, a momenti alterni, ad aprirmi al mondo, cercando di dare qualcosa di autentico  e tentando di ricevere qualcosa di autentico dagli altri, ma spesso ho incontrato follia.

Un giorno ho cambiato lavoro per liberarmi dalle catene e in effetti ci sono riuscito. Ma esistono catene sottili che nemmeno si vedono.

Quando ci si libera allora si scopre che tutta la nostra vita è stata un tentativo di liberarsi da una morsa, quando quella morsa non c’è più arriva il momento difficile, quello di camminare con le proprie gambe e, come il bambino che abbandona il confine del letto per imparare a gattonare, ti si aprono le infinite possibilità. È da li che comincia tutto, proprio quando credevi di avere raggiunto il tuo scopo.

Quando inizia la libertà cominciano le responsabilità, quelle vere.
Finche corri intorno al tavolo puoi vivere nell’ipocrita sensazione di fare e, anche se sei frustrato, tutto sommato è accettabile, un compromesso che ti specchia col mondo: sei folle e infelice ma risuoni con la follia intorno a te e quindi, paradossalmente, puoi credere di non essere solo.

A volte, quando lasci la gabbia, puoi ascoltare.
Improvvisamente sei nella posizione di chi è fermo e può guardare, e allora vedi le formiche correre e capisci che tu non sei più nulla, non sei ancora quello che dovresti essere e non sei più quello che stava nel mondo. Sei nella terra di nessuno, nella libertà.

Nella libertà non ci sono scuse è per questo che in pochi la cercano.
Nella libertà puoi ritrovarti a fare le stesse cose che fanno le formiche solo che stavolta dipende da te e lo sai, ecco perché nella libertà la maggior parte delle delusioni le ho ricevute da me stesso, perché ho capito che il coraggio di liberarmi non è bastato a vivere in maniera coraggiosa.

Oggi facebook mi ha ricordato che è la giornata dei diritti umani, che è un’altra cosa che non significa molto, un po come il prigioniero che nella sua cella insonorizzata finge di ascoltare i bambini di fuori che giocano.
È in queste velenose ipocrisie che il mondo sta uccidendo se stesso, nella finzione della libertà…
Ma in fondo capisco, meglio essere in una frustrazione indotta da un sistema che essere responsabili della propria vita, quando puoi sbagliare da solo lo sai di certo chi è il colpevole e darsi la colpa non cambia le cose.

Nonostante sia qui, nella terra di nessuno, nonostante sia difficile e continui ad inciampare, non trovo altro modo di dare un senso a questa vita.

E allora fotografo… cercando verità.

PRESENTAZIONE CORSO DI FOTOGRAFIA 2017

Ecco la presentazione del mio nuovo corso base di fotografia digitale.

LA FOTO PAGATA $4,338,500

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Si tratta di una monumentale fotografia del fiume Reno (scattata da Andreas Gurcky) , stampata nel 1999 e che misura la notevole dimensione di circa tre metri di lunghezza per due.

Non conosco la storia di questa immagine e certo ce ne sono altre famose per il loro prezzo folle, ma come al solito a me piace riflettere su alcuni comportamenti umani legati al denaro e all’arte fotografica piuttosto che alla cronaca storica.

Mi sono divertito a mettere un articolo sul mio gruppo Facebook chiedendo se piacesse loro l’immagine più pagata nella storia della fotografia.Le risposte sono state tante e diverse.

Voglio divertirmi anche io a dare una risposta.

Che legame può esserci tra un’immagine e il suo prezzo?

E il valore artistico di un’immagine è dato dal suo prezzo?

Innanzi tutto mi piacerebbe soffermarmi sul concetto di “Valore” che etimologicamente descrive una virtù dell’animo legata alla forza interiore e che oggi forse assume un significato diverso.

Poi mi piacerebbe soffermarmi sul concetto di “Arte” il cui significato descriveva le capacità tecniche raffinate ritrovate nelle opere di alcuni individui  e anche questo termine mi sembra non abbia lo stesso significato oggi.

Passiamo poi al concetto di “Prezzo”che sia in antichità che oggi aveva a che fare col costo di una determinata merce in vendita.

È singolare notare come solo la parola “prezzo” abbia conservato il suo significato antico mentre le altre due lo abbiano perso.

Questa è una caratteristica dei nostri tempi:

le terminologie economiche sono sempre più dettagliate e precise mentre tutte le parole  che riguardano l’interiorità dell’individuo sono multi-interpretabili (anima, amore, arte, valore, sentimento, emozione etc etc….).

 

Cosa lega una foto , l’Arte, il suo prezzo e il suo valore?

Cosa sta comprando uno che paga una stampa più di 4 milioni di dollari?

Credo che per dare una risposta esauriente a questa domanda dovrei innanzi tutto essere una persona che può permettersi di spendere quella cifra e non è il mio caso, ma posso azzardare un’ipotesi:

Probabilmente una persona che può spendere 4 milioni di dollari per una stampa ha una visione del denaro e del “valore”  molto diversa da quella di una persona  che guadagna uno stipendio normale:

mentre il ricco sta comprando qualcosa che gli piace ma che, in un certo qual modo ne sancisce il suo potere, probabilmente la persona normale da valore a quella cosa in base al prezzo e quindi conferma il potere dell’acquirente collegando prezzo e valore.

Si potrebbe quasi affermare che in questo rapporto col denaro c’è tutta la storia dell’umanità conosciuta.

Vi racconto una storia:

C’erano una volta due persone molto ricche che non andavano d’accordo. Il loro potere economico era pressoché identico e spesso, negli affari, si trovavano a scontrarsi uno con l’altro. Un giorno si incontrarono ad un’asta dove si vendevano delle fotografie. Il ricco numero uno si accorse che il ricco numero due voleva acquistare a tutti i costi una determinata fotografia e solo per il gusto di non dargliela vinta cominciò ad alzare il prezzo della foto. Lo scontro durò quasi un’ora finché il ricco numero uno mollò la presa appena valutò che il ricco numero due stava per pagare quella foto una cifra spropositata.

L’artista che aveva scattato quell’immagine rimase stupito quando seppe che la sua foto era stata pagata milioni di euro e questo fatto fece così tanto scalpore nel mondo dei galleristi che tutte le opere del tale artista schizzarono alle stelle.

Non so se per la foto del Reno sia andata così, magari questo scatto, che può essere fatto da uno che studia fotografia da un mese, è veramente un’opera d’arte e il suo valore economico corrisponde al suo valore artistico, ma forse dovremmo riflettere su un fatto fondamentale:

SE NOI FACCIAMO CORRISPONDERE IL VALORE DI UNA COSA RISPETTO AL SUO COSTO IN DENARO STIAMO SEMPLICEMENTE DICENDO CHE LE COSE VALGONO SOLO SE HANNO UN PREZZO, E SE SI TRATTA DI PREZZO SOLO CHI HA POTERE ECONOMICO HA VOCE IN CAPITOLO.

È vero che nella storia l’Arte e il Potere sono sempre stati legati, ed è anche vero che un Michelangelo è arrivato fino a noi solo perché La Chiesa l’ha commissionato nelle sue opere, ma è altrettanto vero che l’Arte non è solo qualcosa da guardare ma è anche una forma di ossigeno che si può respirare.

L’Arte non è solo in un’opera ma anche dentro l’essere umano che sa distinguere il reale dall’artificiale non cercando nel suo conto in banca ma nel suo cuore, in quel qualcosa di atavico che ognuno di noi porta dentro di se.

Credo che lo spirito di milioni di artisti mai commissionati e scomparsi nell’anonimato viaggi nel mondo, e che ognuno possa coglierlo dentro di se quando si collega alla sua vera essenza, quella che ci rende tutti parte di qualcosa di più grande di noi.

Se invece continuiamo a guardare fuori anziché dentro, allora anche una semplice foto del Reno sarà equiparata a un’opera d’Arte solo perché qualcuno ha deciso di pagarla una cifra spropositata.

 

LA MUSICA CHE GIRA INTORNO…

 

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Ascoltavo su youtube un’intervento fatto da Sarah Moon (grande fotografa contemporanea), dove era presente la curatrice delle sue mostre e una critica di fotografia.

L’intervento avveniva su un palco davanti al pubblico e faceva parte di un’evento durante il quale si presentava la mostra “Alchimie” (di Sarh Moon appunto).

Ho ascoltato per 35 minuti parlare queste due signore il cui intento era quello di fare da cornice alla fotografa e per tutti i 35 minuti non hanno detto nulla, a parte forse il ridicolo tentativo di adulare l’artista e di farla parlare poco o niente.

A differenza di molti che credono che la fotografia e la parola siano linguaggi che non si incontrano, io credo che invece possano coesistere anche se questo non fa si che siano interscambiabili.

La parola può aggiungere o togliere senso ad un immagine così come può farlo uno sguardo, dipende sempre dallo stato d’animo e dalla capacità dell’osservatore.

Dal momento che io credo che la fotografia debba far pensare, ritengo che unirci la parola abbia un senso, ammesso che si voglia dire qualcosa.

A volte i curatori di mostre, nonché i critici, hanno come principale preoccupazione quella di giustificare la loro presenza in un determinato luogo. Non dico che un curatore di una mostra non serva o che i critici non abbiano la loro funzione, ma di certo tale funzione  non consiste nello giustificare quello che fanno davanti a un pubblico che è venuto per sentir parlare la fautrice delle opere e non il corniciaio.

Non ho mai visto, durante uno spettacolo teatrale, arrivare sul palco il tecnico delle luci ad affermare che gli attori sono molto bravi ma che le luci le ha fatte lui, lo prenderebbero tutti per pazzo, invece un critico o un curatore può farlo.

Mi immagino sempre un mondo senza denaro e senza scambi commerciali, non per un eccesso di romanticismo o per l’inseguimento di una utopia ma piuttosto per scremare le cose che accadono e cercare di arrivarne alla realtà.

Se noi togliamo l’intero indotto economico che gira dietro a un’evento come può essere una mostra fotografica, allora resta il senso reale di quello che l’artista ha creato. È per questo che un critico o un curatore devono continuamente dire cosa fanno, perché altrimenti non se ne accorgerebbe nessuno del pubblico.

È altrettanto vero che senza queste figure, nel mondo come quello di oggi, nessun artista potrebbe mai essere visto perché sono i contatti con un determinato ambiente che segnano la strada per arrivare ad essere esposto in un museo o una galleria anziché nel locale del tuo amico. E se in un museo è esposta la stessa foto che era esposta nel locale del tuo amico, quella foto non è la stessa, perché chi la guarda fa differenza in quello che vede a seconda del contesto.

Arriviamo alla “Musica che gira intorno” frase che ho rubato dal titolo di una canzone di Ivano Fossati che nel testo recita così:

“Sarà la musica che gira intorno, quella che non ha futuro, saremo noi che abbiamo nella nostra testa un maledetto muro”

Ed è su quel muro che critici e curatori appendono le nostre fotografie, ammesso che decidano di farlo.