IL DOLORE DEGLI ALTRI…

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Mi rendo conto con sempre maggiore evidenza di quanto tutto passi attraverso il dolore.

Molte volte ci ritroviamo a essere forti e giudizievoli quando si tratta del dolore di qualcun’altro, come se noi potessimo capire cosa l’altro prova.

Il nostro metro di giudizio è la nostra sensibilità e se ti sei adeguato abbastanza ai falsi insegnamenti di questo mondo, col tempo diventerai così arido da non sentire più nulla. È in quel momento che ti farai giudice del dolore e crederai che tutto ciò che tu non puoi più sentire è come se non esistesse.

Schiaccerai l’altro mentre piange e griderai al mondo la tua forza… forse a volte la vista del sangue di un bambino potrà portarti a riflettere ma durerà un’istante, quello che basta a dimenticare.

Le guerre accadono perché fuggiamo dal dolore, non lo vogliamo ascoltare; ma se non ascolti il tuo dolore non sarai in grado di comprendere quando lo starai causando a qualcun’altro.

Quando quel dolore non ascoltato diventerà un mostro di rabbia visibile dai tuoi occhi sarà troppo tardi per ritornare indietro, e allora l’unica tua possibilità sarà fingere di essere forte mentre in realtà stai solo trasformando la tua carne in pietra… insieme al tuo cuore.

Fotografo sguardi che parlano di ingiustizie ataviche, dettate da secoli di dolore inascoltato trasformatosi in guerra e violenza…

Bisogna guardare in profondità per non affogare nel nero della nostra inconsapevolezza

 

 

PERCHÈ IMPARARE A FOTOGRAFARE?

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Perché imparare a fotografare?

Al giorno d’oggi tutti credono di saper fotografare, e in effetti hanno ragione, tutti sono in grado attraverso mezzi di vario genere, di catturare la luce e farne un’immagine.
Allora che senso può avere imparare qualcosa che già si conosce?

In effetti se il problema fosse fotografare nessuno dovrebbe preoccuparsi di impararlo, a meno che non abbia problemi che gli impediscono di cliccare su un touch screen, ma chi sceglie di imparare forse cerca qualcosa di diverso dal creare una semplice fotografia, forse vuole diventare padrone di quella tecnica che gli permetterà di controllare alcuni parametri e far si che le proprie foto siano esattamente come voleva che fossero, con la giusta focale, la giusta profondità di campo, il giusto fuoco e i colori brillanti.

Non starò qui a rompervi con la storia della comunicazione e del linguaggio, anche se in effetti ha senso anche quello, infatti la fotografia è una forma di linguaggio e quindi dovrebbe servire ad esprimere dei concetti più o meno complessi , questo sarebbe un ottimo motivo per imparare…

Altri vorranno imparare per diventare professionisti e fare della loro passione il loro lavoro, oppure per diventare artisti e comunicare profondi messaggi attraverso l’uso dell’immagine fotografica.

In effetti quando ho iniziato a fotografare io non mi ero posto nessuna di queste domande, anche perché al tempo non era così ovvio fare una fotografia, esistevano le macchine a pellicola che non garantivano assolutamente il risultato finale… la verità è che la risposta a quella domanda mi è venuta nel tempo.

Difficilmente uno può sapere a priori perché inizia a fotografare perché la risposta è nella fotografia stessa, saranno le nostre immagini a dirci il motivo della loro vita.

L’unica cosa che si può sapere prima è se i nostri occhi guardano da fotografo…

Se siamo spesso in disparte e osserviamo ciò che nessuno osserva, se mentre tutti guardano il palco di un concerto noi ci giriamo a osservare la folla o siamo attratti dai piedi che si muovono all’unisono, se durante un tramonto guardiamo lo scoglio che si colora e non il sole, se quando guardiamo una vetrina siamo attratti da una strana geometria e non dal capo esposto, se in un oggetto gettato a terra vediamo poesia… allora forse siamo fotografi…

Chi decide di imparare a fotografare in effetti già fotografa da tempo, solo che ciò che vede non rimane in nessun archivio, utilizza gli occhi e non la reflex.

Il consiglio che posso darvi, per quello che può servire, è che fotografare è un bisogno:
Certo, è un bisogno di comunicare, ma prima di tutto è un bisogno di esprimersi…

il fotografo è spesso un urlatore silente che cerca in quel rettangolo un verità infinita che mai gli apparterrà.
Il fotografo ritaglia porzioni di verità per conto di Dio ma questo non fa di lui un dio ma piuttosto un tramite per buona parte inconsapevole…

Fotografare:

RINCHIUDERE UN’IMMAGINE IN UN CONFINE PER RENDERLA LIBERA….

 

 

 

E ALLORA FOTOGRAFO…

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Viviamo in un mondo chiuso e spaventato.
Un mondo che corre senza meta col solo scopo di fuggire da se stesso.

Mi immagino una scena di bambino quando con mia sorella ci inseguivamo attorno a un tavolo rotondo, solo che allora lo facevamo ridendo.

Oggi ognuno di noi fa la stessa cosa con se stesso ma la corsa non è altro che una fuga , e non si ride.

Ho vissuto tanti anni della mia vita estraneo a me stesso, come rinchiuso in una bolla della quale anche oggi fatico a comprenderne i confini, poi piano piano ho cominciato a guardare e a capire, ascoltando la mia fioca voce parlare.

È sempre stato molto faticoso esistere, anche se la new age ci dice il contrario sostenendo che la vita non ha bisogno di noi, il fatto è che noi abbiamo bisogno della vita che troppo spesso ci sfugge.

Ho provato, a momenti alterni, ad aprirmi al mondo, cercando di dare qualcosa di autentico  e tentando di ricevere qualcosa di autentico dagli altri, ma spesso ho incontrato follia.

Un giorno ho cambiato lavoro per liberarmi dalle catene e in effetti ci sono riuscito. Ma esistono catene sottili che nemmeno si vedono.

Quando ci si libera allora si scopre che tutta la nostra vita è stata un tentativo di liberarsi da una morsa, quando quella morsa non c’è più arriva il momento difficile, quello di camminare con le proprie gambe e, come il bambino che abbandona il confine del letto per imparare a gattonare, ti si aprono le infinite possibilità. È da li che comincia tutto, proprio quando credevi di avere raggiunto il tuo scopo.

Quando inizia la libertà cominciano le responsabilità, quelle vere.
Finche corri intorno al tavolo puoi vivere nell’ipocrita sensazione di fare e, anche se sei frustrato, tutto sommato è accettabile, un compromesso che ti specchia col mondo: sei folle e infelice ma risuoni con la follia intorno a te e quindi, paradossalmente, puoi credere di non essere solo.

A volte, quando lasci la gabbia, puoi ascoltare.
Improvvisamente sei nella posizione di chi è fermo e può guardare, e allora vedi le formiche correre e capisci che tu non sei più nulla, non sei ancora quello che dovresti essere e non sei più quello che stava nel mondo. Sei nella terra di nessuno, nella libertà.

Nella libertà non ci sono scuse è per questo che in pochi la cercano.
Nella libertà puoi ritrovarti a fare le stesse cose che fanno le formiche solo che stavolta dipende da te e lo sai, ecco perché nella libertà la maggior parte delle delusioni le ho ricevute da me stesso, perché ho capito che il coraggio di liberarmi non è bastato a vivere in maniera coraggiosa.

Oggi facebook mi ha ricordato che è la giornata dei diritti umani, che è un’altra cosa che non significa molto, un po come il prigioniero che nella sua cella insonorizzata finge di ascoltare i bambini di fuori che giocano.
È in queste velenose ipocrisie che il mondo sta uccidendo se stesso, nella finzione della libertà…
Ma in fondo capisco, meglio essere in una frustrazione indotta da un sistema che essere responsabili della propria vita, quando puoi sbagliare da solo lo sai di certo chi è il colpevole e darsi la colpa non cambia le cose.

Nonostante sia qui, nella terra di nessuno, nonostante sia difficile e continui ad inciampare, non trovo altro modo di dare un senso a questa vita.

E allora fotografo… cercando verità.