IL LAVORO DEI BAMBINI (Burkina 13-8-2016)

In Burkina è la regola incontrare bambini che trasportano centinaia di litri d’acqua (qui l’acqua corrente è un’utopia e l’acqua viene presa ogni giorno dalle pompe sparse per il paese),così come non è raro incontrare bambini che vendono qualcosa trasportandola su vassoi o dentro carretti trainati da asinelli. Molto spesso si possono vedere bimbi di 7-8 anni accudire i fratellini di 3-4 anni oppure vedere bambini che zappano la terra piegati sotto al sole. Qui nessuno si sconvolge e questa cosa, vista dall’Italia sembra qualcosa di terribile.
Stando qui ho capito che il senso di ciò che è normale e di ciò che è morale qui in Burkina è molto diverso dal nostro, qui un bambino che sa lavorare la terrà sarà un bambino che non morirà si fame e infatti, a differenza dei nostri figli che credono che la lattuga nasca nei contenitori di plastica della Conad, qui ogni bambino conosce la terra e i suoi prodotti. Certo, con questo non voglio dire che tutto ciò sia giusto, infatti spesso il lavoro viene preferito all’istruzione scolastica, cosa per la quale l’associazione Haily di Flavian e Alina si batte, ma non posso non fare paralleli con il nostro paese, cosa che ho fatto in tutti i miei articoli.
Mi chiedevo se quella che noi chiamiamo istruzione, quella che viene data ai ragazzi italiani, serva veramente alla loro vita, se questo presunto “sapere” abbia una qualche utilità pratica: io so che se incontro un bambino qui per le strade di Koubrì e nella notte gli chiedo di accompagnarmi a casa sa farlo, se gli chiedo di un prodotto agricolo sa rispondermi, è capace di muoversi da solo senza incorrere in pericoli vari. Quello che voglio dire è che quello che conoscono i bambini di qui serve veramente alla loro vita, invece immagino la scena tipica che vedo quando salgo a casa da mia sorella e incontro mio nipote di 14 anni e lo vedo sdraiato sul divano col suo telefonino e le cuffiette con l’aria stanca e straziata di chi ha subito troppo, sembra che nei campi ci sia stato lui, oppure vedo mia nipote che mi mostra le sue nuove scarpe fuxia (sia chiaro, adoro i miei nipotini ma per fare un’esempio ho utilizzato i bimbi che sono più vicini a me).
Quello che voglio dire è che probabilmente il fatto di andare a scuola non significa che i bambini non vengano maltrattati, forse l’atteggiamento dei nostri ragazzi nasce da una frustrazione di una vita fatta di tanta forma e poca sostanza, credo che la scuola dovrebbe insegnare la vita vera e dovrebbe essere un momento in cui si impara veramente, rispetto a questa cosa ho dei seri dubbi se guardo all’Italia.Poi mi auguro che ogni bambino del Burkina possa avere la giusta istruzione e la giusta cultura che gli possa permettere un giorno di fare delle scelte reali rispetto al mondo che lo circonda…

Nonostante tutto qui a Koubrì i bambini sembrano felici e spensierati, girano spesso con vestiti strappati ma sorridono, raccolgono la terra come fosse un gioco e accudiscono i fratellini come fosse normale; da noi troppo spesso mi sono trovato ad osservare che ciò che chiamiamo istruzione corrisponde in maniera agghiacciante alla competizione e al giudizio e il mondo del lavoro sembra solo l’ennesimo inganno di una vita tutt’altro che perfetta.

In conclusione credo sia giusto che ogni bambino debba avere la giusta istruzione ma credo anche che mettere i bambini sotto una campana di vetro non sia la forma migliore per farlo…Forse la verità sta nel mezzo, come dicevano i latini.

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