“LAAFI'” “LA PACE” (Burkina 19-8-2016)

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Una delle cose più interessanti che ho sperimentato stando qui in Burkina è stato quello di essere io lo straniero. Sentirmi addosso gli occhi di tutti, uno dei tre quattro bianchi in mezzo a un popolo di neri. Sopratutto i bambini, che non hanno schermi, mi hanno descritto coi loro sguardi quello che provavano vedendomi.

Questo è un posto dove tutti si salutano ma se incontrano un bianco restano interdetti, non perché non vogliano farlo, ma perché restano spiazzati dal fatto di incontrarti, allora se sei tu il primo ad alzare la mano e a salutare, il loro viso subito sorride e diventa amichevole.

Questa cosa mi ha fatto riflettere su quanto da noi il saluto tra estranei si stia perdendo, non è raro che all’interno del mio condominio vedo la vicina di casa nascondere la testa dentro al bagagliaio dell’auto mentre finge di scaricare la spesa, solo per evitare di salutarmi. Questo nostro atteggiamento descrive non solo ignoranza, ma anche paura, siamo rinchiusi nella nostra paura.

Qui la gente si saluta, a volte il modo con cui lo fanno è anche stucchevole, alcuni saluti sono dei veri e propri rituali che durano qualche decina di secondi e , anche se le cose che vengono dette sono sempre le stesse, le persone con piacere ripetono questo mantra.

Nei saluti burkinabé le frasi del buon giorno o buona sera sono sempre accompagnati dalla parola “pace” che qui suona così: “LAAFì”…
come se ricordarsi la pace a ogni saluto aiuti a mantenerla.

Non so se il saluto potrà salvare i burkinabè dall’ondata del mondo moderno, già non sono rare le scene in cui, durante una manifestazione religiosa o un concerto, diverse persone riprendono quello che accade col cellulare, sintomo malato e tipico del nostro mondo occidentale.

Per ora la pace dura, almeno quella tra le persone semplici, almeno fin quando il capitalismo con la sua falsa democrazia economica arriverà a ricordare a questo popolo che se il prezzo è giusto anche la pace può farsi da parte.

Io continuo a salutare… “LAAFì” a tutti

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PIEGATI A GUARDARE LA TERRA (Burkina 18-8-2016)

Fin dai miei primi giorni qui mi sono chiesto per quale motivo i burkinabé facessero tutti i lavori più duri stando piegati. Lavare i piatti, zappare, spazzare in terra etc.
Anche gli strumenti che usano sono privi di manico o ne hanno uno cortissimo.

Nelle abitazioni burkinabé i piani di appoggio sono quasi del tutto assenti, tutto si fa a terra, compreso il sedersi. E si magia con le mani, cosa che non provo ancora a fare.

Sono un popolo molto religioso e devoto a Dio, questo a prescindere dal credo che abbracciano e la loro fede ed umiltà è evidente nel modo di vivere e di interpretare la società e tutto ciò che condividono in comune.

Da bravo europeo presuntuoso mi sono chiesto il perché di questi aspetti, perché stare piegati ore a zappare la terra quando un manico più lungo permetterebbe di stare diritti, perché non usare tavoli o piani di appoggio: da europeo presuntuoso una risposta me la sono data, anche se un burkinabè non saprebbe che farsene delle mie risposte, lui vive quello che crede e io sto qui a farne filosofie nei miei articoli.

Credo che loro abbiano bisogno del contatto con la terra e di essere vicino alla loro fonte di vita, le loro mani che lavorano toccano le cose e le vedono da vicino, girano scalzi e si siedono a terra, sono un popolo che vive a contatto fisico con quello che gli da da mangiare.

Tra l’altro l’umiltà, questa grande virtù che la maggior parte di noi occidentali hanno perso da tempo, ben si sposa con il loro stare piegati a terra, che non è un segno di sottomissione ma di rispetto verso quel qualcosa di divino che li tiene in vita.

Qualcuno potrebbe ritenere il popolo burkinabé bigotto e credulone, perso in una fede cieca, io credo invece che ogni cosa dentro di noi che sviluppi umiltà e amore, sebbene una mente razionale possa definirlo poco credibile, è molto più vicino alla realtà di ogni scoperta scientifica.

Noi siamo esseri minuscoli e insignificanti rispetto al cosmo, l’unica nostra risorsa è l’amore che si sviluppa solo dall’umiltà, i burkinabé questo lo sanno senza averlo mai concettualizzato.
Noi che abbiamo concettualozzato tutto, che siamo miscredenti, che abbiamo l’aratro motorizzato, non sappiamo più chi siamo e siamo anche fieri della nostra posizione superba nel mondo che comunque non ci appartiene.

Stare piegati a guardare la terra, stare scalzi a toccarla, credere che qualcosa di più grande di noi ci protegga e sapere di essere umilmente insignificanti ma pieni d’amore, questo è ciò che i burkinabè sanno senza averlo mai letto su un libro…

GLI ANZIANI DI KOUBRI (Burkina 17-8-2016)

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Qui a Koubri gli anziani sono sacri e vengono accuditi sia da familiari che dai vicini di casa, per loro è una cosa naturale farlo.

Le case di Koubri sono degli edifici minuscoli che spesso non raggiungono i 10 metri quadrati, le famiglie vivono in tante piccole stanze di questa dimensione che hanno al centro uno spazio aperto, come fosse un giardino solo che è fatto di terra rossa.

All’interno di questo cortile le famiglie cucinano, stendono i panni e fanno i lavori domestici. Ogni lavoro, che si tratti di lavare i panni o di lavare i piatti viene fatto a terra e non è raro osservare, tra panni appesi, bambini che giocano e mamme che cucinano, delle anziane signore sedute a terra col loro foulard colorati sulla testa, scalze e silenziose che se ne stanno li in una sorta di contemplazione.

Tutte le persone del paese conoscono gli anziani e se ce n’è uno che sciaguratamente è solo, troverà senza dubbio qualcuno disposto ad accudirlo.

Qui la vita è semplice, ridotta ai minimi termini, quelli che contano, nessuno prende la macchina per andare in città per fare un lavoro che lo stressa, nessuno ha l’automobile, gli spostamenti sono brevi e le famiglie hanno un reale senso sociale.

Pensavo alle numerose discussioni che i nostri politici fanno sul sociale o sul “problema degli anziani”:
e già la nostra vita assurda ha fatto diventare un problema ogni cosa che non produca soldi e quindi anche i bambini e gli anziani.

Qui si può osservare bene come il sociale non nasca dall’alto o da imposizioni fatte da qualcuno ma di come sia un elemento insito nella cultura; qui le persone sono sociali perché sanno che è l’unico modo giusto di vivere, sanno che aiutandosi riescono a vivere meglio.

Come al solito dove c’è poco da spartire le persone si spartiscono tutto…
Nelle nostre città non esiste un problema del sociale, esiste una società alla deriva che avendo perso il senso della vita, ha perso anche il senso di stare insieme.
Anche qui in Africa esistono contraddizioni e litigi, anche qui l’uomo ha i suoi limiti e le sue ottusità, ma il senso della vita ancora non lo hanno perso, il loro legame stretto con la natura e con le cose reali li portano, nella loro ignoranza culturale, a saperne molto più di noi.

FERRAGOSTO A KOUBRI (Burkina 16-8-2016)

La tradizione religiosa è molto importante qui in Burkina e, qui a Koubrì, convivono diverse religioni in maniera naturale e pacifica. Esiste una moschea a poche decine di metri da una chiesa cattolica e musulmani, cattolici e animisti si salutano senza nessun problema, nessuno viene visto con occhio diverso per via della religione.

Le feste di paese sono molto legate alla religione e ieri (15-8) c’è stata una festa dedicata alla Madonna che è stata portata a spalla da alcune donne per tutto il paese fino a raggiungere la chiesa, l’esatto equivalente della nostra processione ma con un fare più allegro con balli, canti e grida.

La messa cattolica è come la nostra, il rito è identico a parte l’integrazione con canti e popolari e con meno formalità rispetto a noi.Di contro qui le messe arrivano a durare anche tre ore e per me sono veramente troppe… se ci mettiamo che a stento capisco cosa dicono… ma ho comunque voluto seguire l’evento per entrare in contatto con questa parte della cultura del paese.

Flavian, in occasione del 15 Agosto, ha voluto fare dei sacchetti dono da distribuire ad alcune persone del posto; niente telefoni cellulari o moglie di Kalvin Klein, ma riso, caffè, sapone per lavare… insomma cose utili. Con Alina abbiamo consegnato tre di questi pacchi a delle signore anziane del paese ed è stato un bel momento.

In quella che potrebbe essere definita la piazza del paese per tutto il giorno sono continuati balli e canti ed è stato bello vedere le persone divertirsi e ballare in allegria, io mi sono limitato a fotografare anche se un paio di volte hanno cercato di coinvolgermi… Una bella giornata di festa conclusa con una pioggia violenta che ha allagato il paese ma senza togliergli il sorriso.

LA SEMPLICITA’ DI NON MANGIARE (Burkina 15-8-2016)

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L’altra sera parlavo con Alina e lei mi diceva che se avesse dovuto descrivere questa parte dell’Africa con una sola parola sarebbe stata la parola “condividere”. La mia permanenza qui dura da pochi giorni e quindi non credo di avere sviscerato il posto quanto Alina e Flavian ma io utilizzerei una parola diversa, la parola “semplicità”.

La semplicità non è un concetto semplice sopratutto per un italiano dove tutto è diventato enormemente complesso in funzione del nulla che in una parola si chiama “burocrazia”.

Qui se c’è un pezzo di terra libero costruisci una casa e utilizzi lo spazio davanti a te per coltivare, nessuno arriva a dirti che hai rubato. Se devi vendere delle cose al mercato ti carichi la tua moto, arrivi, piazzi un lenzuolo a terra e vendi. Ma la semplicità non è solo in una burocrazia praticamente assente, ma nel modo di affrontare la vita, qui nessuno si lamenta e tutti si danno da fare ma anche l’ozio (sopratutto per gli uomini questo va riconosciuto) non è mal visto.

Passeggiando puoi incontrare intere famiglie all’ombra di albero intente a fare “niente” , un niente utile all’esistenza e alla socialità, non un niente che corrisponde al nulla.

La semplicità raggiunge anche picchi per noi impensabili, a volte la loro vita semplice corrisponde anche al non mangiare o al mangiare per giorni la stessa cosa riscaldata…

Una cosa per noi italiani inimmaginabile è che i Burkinabè non si lamentano mai, magari hanno l’inferno a casa, magari non mangiano da giorni ma risponderanno sempre al saluto con un sorriso e con il loro “ va bene, tutto bene”.

L’altro giorno erano le 4 del pomeriggio, una ragazza viene a trovare Alina e Flavian, parlano un po’ in francese e poi Alina le prepara un piatto da mangiare. Al che dico ad Alina cosa sarebbe accaduto se non avesse mangiato da lei, e Alina mi ha risposto “ Non avrebbe mangiato”.

Un paese lontano anni luce dal nostro dove la parola “scontato” assume significati altri…

Per noi mangiare tre pasti al giorno è scontato, nella semplicità di Koubrì non è detto che tu abbia da mangiare sulla tavola all’ora stabilita… magari riflettiamoci nell’abbuffata del Ferragosto. Auguri.