A 9 giorni dal mio arrivo in Burkina credo sia giusto fare gli onori e ringraziare i due ragazzi che mi hanno permesso di essere qui per un mese intero e immortalare questo fantastico paese, naturalmente parlo di Alina e Flavian i fondatori di Haily.
Stando a contatto con loro ho capito quanto forte sia lo spirito che li anima nel tentare, nel loro piccolo, di condividere con le popolazioni del posto quel qualcosa che loro possono avere in più e che qui è un lusso. Ma sarebbe un errore grave credere che Alina, Flavian e anche me medesimo siamo qui a dare qualcosa, tutti e tre, in una chiacchierata l’altro giorno, ci siamo confessati che siamo in Africa anche per prendere, per dirla tutta per scambiare con una cultura che può restituirci quell’umanità da noi oramai scomparsa.
Alina e Flavian si impegnano a fondo cercando, sopratutto nell’ambito dell’istruzione, di fare in modo che i fondi che gli vengono donati cadano in mani giuste e che abbiano effetti reali su questo paese,non è un lavoro semplice ma richiede impegno e disciplina oltre che una rettitudine d’animo che entrambi possiedono innata. Non è stato facile per loro ambientarsi e essere credibili rispetto a una popolazione che dei bianchi potrebbe non pensarla benissimo vista la loro storia. Alina e Flavian sono conosciuti e benvoluti nel paese, sopratutto tra i ragazzi. Tra le diverse iniziative ho visto una scuola di cucito costruita di tutto punto, banchi di scuola donati a una classe, creazione di un sapone alla citronella che qui a Koubrì è molto apprezzato… Certamente di cose ne avranno fatte altre e sulla pagina ne verrete informati, ma quello che è importante è che i soldi donati ad Alina e Flavian vanno a chi ha bisogno, loro stessi conducono una vita povera per essere coerenti rispetto alla realtà che li circonda, venire a fare i ricchi in Africa sarebbe un gesto di allontanamento da questo popolo che invece li ha accolti a braccia aperte.
Grazie di cuore Alina e Flavian per credere fermamente in quello che fate…da parte mia cercherò di raccontare con amore quello che vedo accadere intorno a me…
Archivio mensile:agosto 2016
IL LAVORO DEI BAMBINI (Burkina 13-8-2016)
In Burkina è la regola incontrare bambini che trasportano centinaia di litri d’acqua (qui l’acqua corrente è un’utopia e l’acqua viene presa ogni giorno dalle pompe sparse per il paese),così come non è raro incontrare bambini che vendono qualcosa trasportandola su vassoi o dentro carretti trainati da asinelli. Molto spesso si possono vedere bimbi di 7-8 anni accudire i fratellini di 3-4 anni oppure vedere bambini che zappano la terra piegati sotto al sole. Qui nessuno si sconvolge e questa cosa, vista dall’Italia sembra qualcosa di terribile.
Stando qui ho capito che il senso di ciò che è normale e di ciò che è morale qui in Burkina è molto diverso dal nostro, qui un bambino che sa lavorare la terrà sarà un bambino che non morirà si fame e infatti, a differenza dei nostri figli che credono che la lattuga nasca nei contenitori di plastica della Conad, qui ogni bambino conosce la terra e i suoi prodotti. Certo, con questo non voglio dire che tutto ciò sia giusto, infatti spesso il lavoro viene preferito all’istruzione scolastica, cosa per la quale l’associazione Haily di Flavian e Alina si batte, ma non posso non fare paralleli con il nostro paese, cosa che ho fatto in tutti i miei articoli.
Mi chiedevo se quella che noi chiamiamo istruzione, quella che viene data ai ragazzi italiani, serva veramente alla loro vita, se questo presunto “sapere” abbia una qualche utilità pratica: io so che se incontro un bambino qui per le strade di Koubrì e nella notte gli chiedo di accompagnarmi a casa sa farlo, se gli chiedo di un prodotto agricolo sa rispondermi, è capace di muoversi da solo senza incorrere in pericoli vari. Quello che voglio dire è che quello che conoscono i bambini di qui serve veramente alla loro vita, invece immagino la scena tipica che vedo quando salgo a casa da mia sorella e incontro mio nipote di 14 anni e lo vedo sdraiato sul divano col suo telefonino e le cuffiette con l’aria stanca e straziata di chi ha subito troppo, sembra che nei campi ci sia stato lui, oppure vedo mia nipote che mi mostra le sue nuove scarpe fuxia (sia chiaro, adoro i miei nipotini ma per fare un’esempio ho utilizzato i bimbi che sono più vicini a me).
Quello che voglio dire è che probabilmente il fatto di andare a scuola non significa che i bambini non vengano maltrattati, forse l’atteggiamento dei nostri ragazzi nasce da una frustrazione di una vita fatta di tanta forma e poca sostanza, credo che la scuola dovrebbe insegnare la vita vera e dovrebbe essere un momento in cui si impara veramente, rispetto a questa cosa ho dei seri dubbi se guardo all’Italia.Poi mi auguro che ogni bambino del Burkina possa avere la giusta istruzione e la giusta cultura che gli possa permettere un giorno di fare delle scelte reali rispetto al mondo che lo circonda…
Nonostante tutto qui a Koubrì i bambini sembrano felici e spensierati, girano spesso con vestiti strappati ma sorridono, raccolgono la terra come fosse un gioco e accudiscono i fratellini come fosse normale; da noi troppo spesso mi sono trovato ad osservare che ciò che chiamiamo istruzione corrisponde in maniera agghiacciante alla competizione e al giudizio e il mondo del lavoro sembra solo l’ennesimo inganno di una vita tutt’altro che perfetta.
In conclusione credo sia giusto che ogni bambino debba avere la giusta istruzione ma credo anche che mettere i bambini sotto una campana di vetro non sia la forma migliore per farlo…Forse la verità sta nel mezzo, come dicevano i latini.
CERCASI GALLETTO… (Burkina 12-8-2016)

E’ buio oramai, sono le 7 di sera e qui all’equatore fa buio presto.
D’un tratto una signora ci chiama e Flavian ferma la moto che ci sta portando a casa.
Come mio solito non capisco nulla di quello che si dicono ma vedo che la signora porta sul manubrio della bicicletta due galletti legati per le zampe, vivi.
Mentre parla con Flavian fa il gesto di consegnargliene uno e poi si accordano per farselo portare a casa da lei perché in moto è troppo complicato trasportare anche un galletto oltre a noi con zaini e buste varie.
Appena ci allontaniamo chiedo a Flavian se fosse un dono che la signora voleva fargli e invece mi sento rispondere che ci aveva semplicemente riportato il nostro galletto che si era perso. Appena mi da la risposta comincio a ridere e mi viene in mente facebook con tutti i post su cani scomparsi che tanto sensibilizzano i cuore di noi occidentali, ho immaginato cosa sarebbe accaduto se invece di un cane avessi messo la foto in primo piano del galletto scomparso, chissà quale sarebbe stata la reazione dell’animalista medio. La cosa ancora più curiosa era nel fatto che qui è pieno di galletti bianchi che per me sono tutti uguali: come avrà fatto la signora a riconoscere quello di Alina e Flavian?
Qui gli animali hanno un valore inestimabile, che si tratti di una gallina o di un maiale difficilmente vengono uccisi, non per derive moralistiche tipo le nostre ma proprio perché hanno un valore legato al fatto che sono cibo e che valgono più del denaro. Nonostante questo non capita di rado che una famiglia regali un pollo a un’ospite nonostante non ne mangi una da un anno…
Un’altro aspetto su cui riflettere…
Ora il galletto di Flavia e Alina è di nuovo a casa, e di nuovo alle 5 mi sveglia col suo urlo strozzato, so che mi mancherà quando a svegliarmi sarà il suono asettico di un telefonino con la suoneria di paradise city…
I RICCHI AFRICANI (Burkina 11-8-2016)

Anche qui, come in tutto il mondo credo, esistono i ricchi e i benestanti e anche qui si vede da lontano la differenza tra loro e i poveri. La prima volta che ne ho visto alcuni ero seduto nell’equivalente di un nostro bar, erano un gruppo di amici. A parte l’abbigliamento e la cura nel vestire e nel corpo, la cosa che mi ha lasciato perplesso è che avevano la nostra stessa faccia e il nostro stesso atteggiamento. Non ho visto l’umiltà e la sincerità di molti volti che ho incontrato durante questi giorni, avevano lo stesso atteggiamento di un occidentale medio, si sentivano superiori e importanti proprio come ci sentiamo noi.
Vedere questa cosa mi ha fatto pensare che questo mondo non durerà a lungo e mi ha fatto riflettere sul fatto che l’uomo, in fondo, è lo stesso ovunque. Le possibilità e le comodità allontanano subito l’uomo da se stesso e dal suo passato e si vende al migliore offerente per quella che crede essere una vita migliore. Ho anche visto donne sbiancarsi la pelle attraverso creme a quanto pare molto nocive. Pensavo a quanti di noi affollano le spiagge per abbronzarsi e a queste donne africane che vogliono sbiancarsi.
Chissà come mai noi uomini siamo così fragili e così vittime della nostra inconsapevolezza; perché il superfluo, appena i soldi ce lo permettono, diventa indispensabile e perché ci corrompiamo velocemente dimenticandoci il nostro passato come nulla fosse?
Il paradosso è che questo paese è ancora povero e umile proprio perché il colonialismo europeo lo vuole così… la follia sta nel fatto che se questo paese dovesse liberarsi dalle sue catene probabilmente farebbe la fine dell’India e della Cina industrializzandosi e svendendosi e cercando di somigliare ai paesi che lo hanno messo in catene.
Forse la libertà che tanto cerchiamo oggi ce l’avevamo già o forse non è altro che una vita fatta di cose semplici e di affetti veri, ma sono proprio le cose semplici e gli affetti veri che sembrano essere così irraggiungibili.
Spero che l’Africa,quello che ho conosciuto qui, non cambi mai, ma in cuor mio so con virtuale certezza che anche loro prima o poi saranno colti dal cancro che chiamiamo ricchezza.
SENZA CONFINI… (Burkina 10-8-2016)
Nelle foto il Capovillaggio di Pikieko in Burkina Faso
Una cosa molto bella del paese di Koubri è che non esistono confini tra un terreno e l’altro, si può camminare tranquillamente all’interno di campagne senza trovarsi davanti uno steccato o una palizzata. Quei pochi recinti che si incontrano sono fatti di una rete sottilissima e servono ad impedire agli animali di mangiare il raccolto visto che gli stessi girano liberi.
Qui esiste ancora il capo villaggio che ha l’ultima parola su tutto, anche su una transazione tra terreni. La parola del capo villaggio conta più di un contratto scritto tra due persone. All’inizio non comprendevo bene il senso di questa cosa ma poi ho capito, il capo villaggio è l’ultimo baluardo di un mondo che, attraverso la figura del saggio anziano, conserva la tradizione e fa in modo che non si svenda il paese per soldi. Il capo villaggio è l’equivalente del maestro in india, la sua autorità nasce dalla sua esperienza non da titoli di studio e le persone lo rispettano per la sua sapienza. Ma non confondiamoci, spesso il capo villaggio non sa nemmeno scrivere, la sua è una sapienza superiore, una sapienza di vita.
A volte mi ritrovo a pensare se tutta la nostra cultura, tutto il nostro sapere e il nostro filosofeggiare sulla vita, non sia un modo per allontanarla da noi. Io non vedo nel nostro sapere occidentale nulla che ci aiuti veramente nella vita di tutti i giorni; certo, siamo più ricchi e più comodi, ma siamo anche sempre in guerra con noi e con gli altri e la nostra cultura è direttamente proporzionale alla nostra ignoranza. Qui si vive all’aria aperta ci si sveglia con la luce e si va a dormire col buio, la notte non fa paura, puoi attraversare un villaggio immerso nel verde nella più completa oscurità senza la paura di un ladro o di uno stupratore, se incontri qualcuno sul cammino ci sono buone probabilità che ti saluti e ti accompagni a casa…
Credo che noi occidentali siamo stati costretti a comprare una macchina a persona perché non abbiamo nessuno che ci accompagnerebbe a casa solo per il piacere di farlo…
Buona riflessione popolo moderno.